I 25 anni del Salone del libro ci riuniscono stasera per uno sguardo retrospettivo sulle trasformazioni urbane a Torino e per interrogarci sull'avvenire della città. Guardando indietro, Torino è cambiata molto nel suo «corpo» costruito. Il segnale di partenza viene dalla trasformazione delle Officine Fiat Lingotto, una delle opere torinesi più conosciute nel mondo: il concorso del 1984 porta venti tra i più importanti architetti mondiali a discutere di come ripensare la città della deindustrializzazione. La dismissione di grandi aree industriali è il destino della Torino degli ultimi trent'anni: nel 1995 il Prg ne definisce le regole costruendovi intorno la mitologia delle «spine», sulle quali si innestano le Olimpiadi e le 200 varianti al Prg. L'architettura può tornare protagonista (sulle tracce della città del Theatrum Sabaudiae) e questo possibile primato nel 2008 porta Torino a ospitare il XXIII Uia Congress of Architecture. Dunque ci si interroga se una produzione che non è solo quantitativa stia costruendo qui oggi un'eredità del contemporaneo, se Torino possa essere un riferimento possibile per la cultura del disegno urbano internazionale. Se ne discuterà stasera. Qui provo a indicare alcune tracce. La prima è che la vasta produzione di architettura in Torino segnala una scarsa vocazione all'innovazione, all'aggiornamento anche tecnologico. Un atteggiamento pragmatico di eredità sabauda può forse spiegare una tendenza a non rischiare che però produce un linguaggio conservativo, un'ortodossia formale che germina già nella facoltà di Architettura. Tra le poche eccezioni della «città immobiliare» segnalo il coraggioso lavoro che l'impresa De.Ga sta sviluppando con Luciano Pia: la celebrata facoltà di Biotecnologie in via Nizza e alcune audaci proposte residenziali in via di costruzione («la casa di Tarzan» - il nickname è mio - in via Chiabrera e «Casa Hollywood» in corso Regina Margherita). Ci sono poi le grandi (e medie) opere pubbliche o aperte al pubblico, e tra queste alcune portano e porteranno Torino sulla scena internazionale anche attraverso i loro architetti: il Palahockey (Isozaki e Maggiora), la nuova Stazione di Porta Susa (Arep), la centrale Aes di teleriscaldamento (Buffi e Dutton), il Parco Dora (Peter Latz), l'ampliamento del Museo dell'Automobile (Cino Zucchi), il «PalaFuksas», l'ex Car-pano che diventa Eataly (Negozio Blu), l'Arco Olimpico (chiedo perdono per l'autocitazione), la casa di Roger Diener, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Claudio Silvestrin) e altri (non molti) episodi, per finire con il Campus Einaudi (Foster e altri) che sarà inaugurato il prossimo settembre aprendo a tutti la grande forza della sua diversità tecnologica e formale. Non mancano però le occasioni perdute, per opere pubbliche anche importanti, dove a un'architettura innovativa si è preferita una decorosa soluzione edilizia. Guardando avanti. Ho già detto molto scorrendo il passato. Vorrei concentrare l'attenzione su due o tre attese fondamentali. Una grande occasione di architettura sarà la trasformazione delle Ogr in centro della conoscenza, una funzione urbana già discussa anche su queste pagine. Questo progetto potrebbe ridefinire il tema del rapporto tra architettura contemporanea e patrimonio urbano esistente, come il Lingotto nel 1984. Potrebbe essere l'oggetto di un concorso a inviti, che riporterebbe nuovamente a Torino la discussione internazionale. Il tema è fondamentale: l'inserimento del contemporaneo nel contesto storico. Innesti, completamenti, addizioni saranno gli esercizi architettonici della città che si ricostruisce al suo interno, fino ad aprire anche in Italia la querelle sull'opportunità di integrare segni innovativi negli spazi storici. Ancora più fondamentale è il lavoro sulle periferie. Quanto fatto fino a oggi sulle Spine, nel bene e nel male, deve essere oggi completamente ripensato: nelle procedure di selezione dei progetti, dal masterplan al singolo edificio, e nelle pratiche normative, per via di una crisi profonda dell'investimento immobiliare che potrebbe lasciare per sempre «dismessi» i brown fields ancora disponibili. Oggi questa partita, anche normativa, si gioca sulla variante 200, per la quale è in corso una selezione per individuare l'advisor che sappia proporre un'idea di città finanziariamente sostenibile. Il tema è se e come vedremo svilupparsi nei prossimi vent'anni il cluster di torri sulla stazione Rebaudengo (forse il primo progetto davvero internazionale di questa città) e il quartiere ecosmart nel grande vuoto di Scalo Vanchiglia. Il futuro inizia di qui, preparando forse le competenze e le pratiche per il più grande sviluppo della città: da Porta Nuova al Lingotto, dove potrebbe nascere un nuovo volto di Torino.