Nell'incredibile vicenda del 'Festival dell'inedito' Palazzo Vecchio è uscito male: prima lo ha sponsorizzato e poi rinnegato dopo le critiche di scrittori e intellettuali di tutta Italia. È l'ultimo segnale di una ovvietà: questa città ha bisogno di un assessore alla cultura. Ma stando a quel che è avvenuto negli ultimi anni sembra proprio che ci sia un problema irrisolto tra Palazzo Vecchio e la cultura, con le ripetute - più o meno indotte - dimissioni degli ultimi assessori Siliani, Gozzini e Da Empoli e il paradosso che una delle capitali culturali d'Europa ha ridotto la gestione di questo ambito a qualcosa di residuale, tanto da aggiungerlo al già gravoso compito di sindaco, che si chiami Domenici o Renzi. Ma forse si pensa che la cultura a Firenze - dove gloriose associazioni culturali stentano sopravvivere non meriti competenze specifiche perché viene equiparata al turismo, anzi all'afflusso turistico, cioè agli affari: così, siamo appena scampati a chi, nella compagine berlusconiana sosteneva che"con la cultura non si mangia", ed eccoci piombati in mano a chi vede la cultura come qualcosa che "dà da mangiare", e ugualmente la penalizza, anche se ammantandosi di retorica sulla bellezza e sullo stil novo. Rivolgere la massima attenzione a come sfruttare il patrimonio culturale di Firenze, trascurando di favorire la produzione culturale, rende superfluo un assessore alla cultura perché quel che conta è saper vendere il marchio, e non solo in senso figurato a giudicare dai pregiati beni immobili messi oggi in alienazione. Eppure Firenze è quella che è proprio perché nel passato la cultura qui è stata prodotta. E invece cosa fanno oggi gli artisti emergenti che avrebbero bisogno di laboratori, studi, atelier dove poter provare, lavorare, esporre, oltre che di un sostegno di istituzioni pubbliche che si facciano promotrici di modelli di partecipazione civile e motore di attività culturali e sociali? Se ne vanno da questa città, cacciati dai costi proibitivi degli spazi e dalla noncuranza che avvolge fino a soffocarla la loro faticosissima strada. Non parliamo poi dei luoghi di aggregazione e produzione culturale indipendente e autogestita, che vengono guardati con sospetto, a dir poco, a scapito della valorizzazione dei giovani talenti, dei gruppi informali e delle libere espressioni di base. Cosa lasceremo a chi verrà dopo di noi? Perchè la sostituzione dei selciati storici affidata all'ufficio mobilità, i gazebo ingombranti e omologati voluti dallo sviluppo economico, i concertoni di Mtv e le notti bianche, o tricolori che siano, non lasceranno certo il segno. Almeno celo auguriamo.