Le profetiche chimere di Ulisse Il medico e filosofo che intraprese un viaggio nel mondo animale immaginando ibridi e mostri che l'ingeneria genetica ha reso oggi possibili Paracelso soleva dire che la natura ci rivela tutti i suoi segreti a patto che, abbandonando l'ossequio acritico nei confronti dell'autorità degli antichi, facciamo ricorso unicamente all'osservazione diretta, procedendo in un'esplorazione a tutto campo delle cose inanimate e animate. Chiamava questo modo di procedere Erfahrung, che nel tedesco antico associa al significato, oggi corrente, di «esperienza», la valenza, sottesa nella radice fahr (da cui fahren viaggiare), di «esplorazione, viaggio». Il viaggio, durante il quale lo studioso entra in contatto con i meno conosciuti, se non addirittura ignoti, oggetti viventi, è guidato dalla curiosità, dall'immaginazione e da un forte spirito ludico non meno che dal rigore della descrizione e della minuziosa classificazione. Il viaggio diventa perciò, prima ancora che faccia la sua comparsa il metodo sperimentale vero e proprio, la metafora della magnifica avventura dei naturalisti del Cinquecento. Tra questi assume particolare rilievo la figura dell'italiano Aldrovandi, il cui nome di battesimo, Ulisse, sembrò preconizzarne il destino. Al modo stesso, infatti, in cui l'eroe omerico percorse a lungo il mare, approdando, di volta in volta, in lande ignote, così Aldrovandi viaggiò, con i sensi e l'intelletto sempre all'erta, tra i misteri della natura vivente. Anatomia come viatico Non si potrebbe comprendere l'attività di Aldrovandi senza tenere conto della nascita e dello sviluppo, tra il XIV e il XVI secolo, dell'anatomia umana in Italia e, in particolare modo, in alcune università come quelle di Bologna, Padova e Ferrara, i cui fasti vengono ricostruiti in una mostra, Rappresentare il corpo. Arte e anatomia da Leonardo all'Illuminismo (si veda il bel catalogo curato da Bononia University Press, 2004), allestita in Palazzo Poggi a Bologna e pensata per le celebrazioni dell'anno di Aldrovandi. Dalla grande ricchezza e spessore culturale delle opere presentate emergono alcuni dati significativi che confermano le suggestioni della storiografia scientifica e filosofica degli ultimi cinquant'anni. In particolare, la transizione da una prima indagine sulla struttura del corpo umano a fini essenzialmente diagnostici, a partire dalle dissezioni compiute da Mondino de' Liuzzi a Bologna ai primi del '300, a una ricostruzione minuziosa del corpo umano, nel corso del 500, per mettere a punto i fondamenti della fisiologia, un processo che vede protagonisti, fra i tanti, soprattutto Vesalio e Realdo Colombo, l'uno e l'altro fonte di ispirazione potente per l'innovativa teoria della circolazione del sangue(1628) di William Harvey. Se la ricerca anatomica non può che prendere le mosse dall'ispezione del cadavere, l'utopia presente in questi grandi maestri è quella di celebrare la perfetta bellezza del corpo umano vivente, in cui non v'è parte che non sia deputata allo svolgimento di una precisa funzione. E qui, come sempre nel Rinascimento, ha luogo un felice paradosso. Se, fra i tanti anatomisti, non c'è uno solo che non sia accanito confutatore di Galeno - al quale si rimprovera il disgraziato errore di aver sostenuto la presenza di fori nel setto interventricolare del cuore - ciò non di meno, a modo loro, sono tutti implicitamente galenisti in quanto condividono il principio fondamentale dell'opera del maestro greco il quale, nella Utilità delle parti, sosteneva che il miracolo dell'armonia della struttura corporea dell'uomo era ben più significativa spia dell'opera di un divino artefice di quanto potessero esserlo i risibili prodigi dei misteri di Eleusi e di Samotracia. Ma c'è qualcosa di più. L'uomo è figura cosmicamente centrale perché nell'umanesimo si è verificata quella che potremmo definire una svolta cristologica: la contestazione del Padre, simbolo di un'istituzione latentemente oppressiva quale la Chiesa di Roma, conduce alla glorificazione del Figlio, di Cristo, che, non a caso è chiamato nel Vangelo il Figlio dell'Uomo. E' Cristo il vero Dio. Di qui a sospettare che l'uomo, quale che possa essere in vita, principe o mendicante, sia davvero, per come è fatto, il signore di tutte le creature, lo specchio dell'ordine perfetto del cosmo, nonché a invitare a tenere conto di questo referente privilegiato per ogni viaggio nella natura, il passo è breve. L'invisibile di Leonardo A fare questo passo fu Leonardo. La sua conoscenza dell'anatomia umana, la sua ricostruzione, condotta in un'opera grafica di incredibile maestria, lo condussero a individuare e censire ogni componente del corpo, dalle visibili a quella «invisibile», come era chiamato l'interno corporeo. Se i suoi disegni, come quelli di altri grandi artisti del XVI e XVII secolo, fornivano indicazioni preziose ai medici e agli anatomisti, mettevano tuttavia a nudo, insieme con la sua magnificenza, l'indubbia parentela dell'uomo con gli animali meno gradevoli alla vista, con l'orrido, il crudele, il maligno, in una parola con l'universo del brutto. In questo la medicina che, per prima aveva incoraggiato lo studio del corpo, rivendicava i suoi diritti e metteva sull'avviso i dotti a non dimenticare una verità essenziale: l'uomo è sì il perfetto microcosmo, ma è anche il vaso di ogni malattia, un miscuglio maleodorante di sangue, di umori, di urine e di feci. Se, nel Faust di Goethe, dalla bocca della splendida strega nuda, mentre danza nella notte del Gran Sabba, esce un topo, allo stesso modo, allo splendore della maternità, quale brilla nel volto della Madonna del parto di Piero della Francesca, si associa la deformazione del ventre della gestante. L'uomo è dunque fatto di luci e di ombre. Ma le ombre sono veramente tali, la bruttezza, la vecchiezza, le malattie sono veramente mali? Denunciano il fallimento del sogno della bellezza, l'indole illusoria di un'armonia microcosmica troppo spesso smentita oppure invitano a individuarla a un diverso livello, descrivendola con maggiore aderenza al vero? Le bestie che strisciano Non pensiamo di essere azzardati più che tanto se diciamo che, tra i naturalisti del '500, Ulisse Aldrovandi compì meglio di qualsiasi altro il suo viaggio nel mondo animale perché meglio riuscì ad accogliere e interpretare da par suo il viatico donato dal magistero artistico e anatomico di Leonardo. Comprese di non dover limitare l'attenzione agli animali nobili come il cervo, il cavallo, il leone. Cominciò con il rendersi conto, tra i primi, che la medesima regolarità dell'anatomia umana andava riscoperta in quella delle bestie minuscole e ritenute immonde, gli insetti, che tradizione e senso comune consideravano da sempre la spazzatura risultante dopo la ripulitura, compiuta da Dio, della dimora dell'uomo, del sito di questa bella d'erbe famiglia e di animai. Operò con accortezza e pazienza, spendendo somme rilevanti per le giornate dedicate alla perlustrazione di prati e foreste, fronteggiando le ingenti spese delle illustrazioni tanto da ridursi, nella tarda vecchiaia, in miseria, come almeno vorrebbe una leggenda storiografica. Talora sorvegliò la propria immaginazione, tal altra ne accolse le suggestioni. Fu sempre però attento a non descrivere, né a disegnare cosa che non avesse un senso e non trovasse conforto nell'esperienza. Seguì un metodo che riassunse così: «Conoscere di ciascuna cosa i caratteri particolari, le proprietà, l'origine e la destinazione per mezzo dell'osservazione e dell'esperienza è il fine vero ed eccelso della naturale filosofia», dichiarando altresì «di non aver mai descritto cosa alcuna senza averla toccata con le proprie mani e senza averne fatta l'anatomia». In effetti le figure degli animali, inferiori e superiori, sono descritte precisione e illustrate con nitidezza, e proprio questa precisione ha lasciato a lungo gli storici della scienza parecchio perplessi a riguardo di un'opera postuma, la Monstrorum Historia, in cui compaiono animali, i «mostri» che non si riscontrano in natura. Saremmo tentati, a questo punto, di seguire un pregiudizio storiografico duro a morire e liquidare questo lavoro sulle mostruosità naturali come una semplice concessione al gusto del suo tempo per il fantastico e il bizzarro. In realtà, se così facessimo, non coglieremmo il significato della Historia e, soprattutto, ci sfuggirebbe la sua attualità. Vediamo perché. Il metodo della logica debole Il metodo di Aldrovandi è incentrato sì sull'osservazione diretta, ma manca del pregiudiziale elemento del metodo sperimentale: la formulazione delle ipotesi e la loro convalidazione sulla scorta dell'esperienza. Si tratta effettivamente di una fallacia che, tuttavia, si rivela un errore fecondo di risultati. Aldrovandi non parte da una serie di assunti di base o, se vogliamo, da un paradigma - come si direbbe oggi - preliminare. Si lascia andare a un'osservazione spregiudicata, sorretta da una sorta di giovanile entusiasmo, che fa a meno non soltanto dell'autorità degli autori antichi, ma anche delle risultanze acquisite dagli altri ricercatori. Sua guida è una logica debole, incentrata sull'analogia e sulla rilevanza del significativo. Gli animali respirano, si riproducono (anche se gli insetti minimi paiono nascere - come si credeva allora - per generazione spontanea), si nutrono ed eliminano le scorie esattamente come l'uomo. Taluni poi hanno proprietà caratteristiche, e certamente non umane, che hanno del prodigioso, come il volo degli uccelli. Vi sono infine animali che sembrano ridursi a pochissimi esemplari, se non a un solo individuo. In questa prospettiva riesce molto difficile tracciare una classificazione rigorosa che, per definizione ed essenza, richiede la creazione di strutture descrittive (taxa), come generi, specie, famiglie, ecc. in cui il censimento dei caratteri comuni e delle differenze è basato sul principio che impone di procedere dal particolare all'universale. Di qui l'accusa, aggravata nel 700 dall'introduzione del sistema di Linneo, di una sostanziale farraginosità della tassonomia di Aldrovandi. Ma, se non c'è il minimo dubbio sulla circostanza che oggi qualsiasi naturalista non può che seguire, nello studio del regno animale, la tassonomia di Linneo, resta il fatto che l'interesse di Aldrovandi per il particolare, specie per il particolarmente significativo, nasce dall'attenzione per qualsiasi cosa possa spiegare le irregolarità della natura animale e, lungo questo filo rosso, l'insorgenza delle malattie nell'uomo. E' a questo punto che, sul finire della vita di pura ricerca, Aldrovandi avverte la forte attrazione per le mostruosità. Tali sono, ad esempio, una fiera che condivide i caratteri dell'aquila e del leone o un bambino con una malformazione congenita. Se avessimo potuto chiedergli a che cosa mirasse la sua curiosità, Aldrovandi avrebbe probabilmente risposto così: «I mostri sono sbagli della natura che, pensata come madre e demiurga, procede nelle sue creazioni per tentativi ed errori, producendo mostri e seminando rovina e malattia. La natura erra perché mira alla perfezione e alla regolarità. Se vogliamo perciò conoscere le forme e i corpi degli uomini e degli animali normali dobbiamo ripercorrere un cammino fatto, per l'appunto, di tentativi ed errori». E' vero, d'altronde, che molti «mostri» non hanno il minimo riscontro in natura e che nel raffigurarli Aldrovandi si è abbandonato totalmente all'immaginazione. Ma ha fatto male? Porsi questo interrogativo è, all'apparenza, per certi versi, scorretto, perché non è certo lecito chiedersi della bontà o non di un prodotto culturale, che va comunque calato e studiato nel suo spazio-tempo storico di esperienza. Per altri, tuttavia, è utile perché ci aiuta a capire il senso che rivestono i mostri animali in Aldrovandi. E' indubbio che Aldrovandi, nel suo viaggio nel mondo animale, ha finito con l'immaginare cose che non ci sono, ma la sua grandezza sta proprio nello averle immaginate. Così facendo finì con il mettere in evidenza che l'uomo è in grado di operare nella fantasia combinazioni diverse e complesse degli esseri viventi. Colse in pieno la portata della lezione degli antichi, il cui mondo fantastico era popolato di chimere, ma fece anche un'altra cosa. Senza rendersene conto, infatti, fissò il nucleo euristico della stessa ingegneria genetica che ormai ci ha avvezzato a pensare come possibili una serie sterminata di ricombinazioni geniche, tali da dar vita a quelli che oggi chiamiamo non mostri, ma più dimessamente ibridi. Diciamo «senza rendersene conto» perché non vogliamo incorrere nella «fallacia del precursore», abbaglio, questo, che ci attirerebbe i fulmini degli epistemologi. La sua fu, piuttosto, una miracolosa preparazione, la preparazione cioè di quel brodo di coltura in cui per secoli furono incubati gli elementi da cui sarebbero nati i concetti chiave della biologia contemporanea. Geni senza quiete A questo punto dobbiamo però domandarci: avrebbe potuto farlo se in natura non ci fosse, come oggi sappiamo, un continuo e spontaneo scambio di geni tra una specie animale e l'altra, all'insegna di una ibridazione incessante senza la quale non ci sarebbe neppure l'evoluzione? L'immaginazione umana non è forse il sesto senso nelle cui reti è intrappolata l'immagine veridica del reale? Se la risposta a queste domande è già implicita in esse stesse, la lezione di Ulisse Aldrovandi, la sua passione, tutta umanistica, per il curioso e lo strano, andrebbe approfondita affiancando alla passione erudita, che ci ha fatto riscoprire la portata di Monstrorum Historia, il senso della misura e della responsabilità che i naturalisti del Rinascimento portavano nell'impresa conoscitiva. Sapevano che il mondo animale non è mai davvero in quiete, che, se c'è, questa è provvisoria e, forse, sospettavano che quello della fissità delle specie fosse solo un dogma, ma appunto per questo erano molto cauti nel tentare di fabbricare nuove forme di vita. I naturalisti come Aldrovandi lasciavano che con questi pericolosi tentativi si baloccassero gli alchimisti. Più di quanto costoro sapessero, erano consapevoli del fatto che «la natura si domina se le si obbedisce». Non è il caso di far nostro questo suggerimento anzi che indignarci periodicamente, facendo, male, il verso a Voltaire, di fronte a ogni catastrofe naturale, della quale non è sempre possibile discolparci completamente?