ABBANDONO, degrado, crolli, demolizioni, spoliazioni: questa è la nomenclatura che esprime la storia recente delle ville vesuviane. È di pochi giorni fa la notizia dell' oltraggio subito dalla porticese Villa Aversa con l' abbattimento di due coffee houses sul mare, lo sterro totale del parco ridotto ad area di cantiere, pesanti interventi sull' edificio principale laddove le autorizzazioni ottenute da Comune e Soprintendenza si riferivano a opere di fine restauro e non di scadente ristrutturazione edilizia. UNA struttura in cemento armato di circa 140 mq, ancora in fase di completamento, è sorta sul luogo della antica terrazza affacciata sul mare, arricchita da due padiglioni, che gli storici settecenteschi definivano "Camerini che la gentilezza del padrone tiene provvisti di comodi lettini" e che, ancora nel 1959, Giancarlo Alisio evidenziava nella sua descrizione della villa per il "caratteristico tetto a pagoda e per due lapidi marmoree poste sul fianco di esse": proprio il contenuto di quest' ultime - che l' antico proprietario dedicava ai suoi fortunati ospiti offrendo loro lo spettacolo del mare e della natura amena - lascia immaginare l' originario paradiso in contrasto con il desolato inferno dell' attuale stato dei luoghi. La recente realizzazione di ulteriori pilastrini in calcestruzzo ben visibili dalla adiacente strada litoranea ha consentito ad alcuni cittadini l' individuazione e la segnalazione delle opere abusive altrimenti non visibili da alcun luogo. La gravità dell' abuso ha comportato la necessità di un sopralluogo congiunto, coordinato dal soprintendente di Napoli Stefano Gizzi, al quale hanno partecipato i responsabili degli enti preposti alla tutela e che si è concluso con il sequestro del cantiere. Questo nuovo sfregio, per certi versi irreversibile, del patrimonio culturale vesuviano è purtroppo localizzato ancora una volta sul territorio porticese, che già accoglie la "carcassa" sul mare di Villa d' Elboeuf, in questi giorni oggetto di un' asta giudiziaria andata deserta, e il "quasi rudere" della limitrofa Villa Lauro Lancellotti, frutto di vari crolli anche recenti. Fin qui l' ovvio rammarico per l' ennesimo bene perduto al quale segue però l' inevitabile, e forse inutile, esercizio critico della valutazione delle cause e dei rimedi. Come spesso accade, è relativamente più semplice individuare le prime, che sono molteplici e correlate a fattori diversi, tra i quali il regime di proprietà pubblico o privato e la tipologia del danno legato al degrado e all' abbandono o ad azioni speculative e vandaliche. Per i beni di proprietà privata pesano ovviamente i maggiori costi dell' intervento di restauro, la carenza di risorse economiche da destinare alla manutenzione ordinaria e l' incertezza del buon esito di un investimento immobiliare che presenta molte incognite sulla ammissibilità di nuove e diverse destinazioni d' uso. Ma pesa anche,e forse ancor più, l' assenza di cultura della conservazione, che determina l' incapacità di riconoscere il valore aggiunto di un bene culturale e l' importanza e l' utilità dei vincoli. Per i beni di proprietà pubblica è determinante, anche in questo caso, la ormai cronica scarsità di risorse assegnate sia per il restauro del patrimonio di propria competenza che per gli interventi sostitutivi "in danno" nel caso di privati cittadini inadempienti; corollario di questo stato di stallo è la grave carenza di personale in organico, indispensabile per controllare e tutelare un estesissimo territorio. Più difficile individuare le soluzioni per prevenire le situazioni di estrema emergenza alle quali stiamo assistendo;e per esse si rende obbligatorio il condizionale. In una situazione di normale e ottimale governo del territorio si partirebbe da capillari attività istituzionali di formazione e di educazione alla cultura della tutela, attraverso le quali si costruirebbe una stabile cultura della manutenzione ordinaria (qui del tutto assente), si estenderebbe la responsabilizzazione dei privati nei confronti dei propri beni vincolati, per i quali, non tutti sanno, la nostra legislazione già prevede il reato penale in caso di loro mancata conservazione. In questo idilliaco quadro di ordinarietà si dovrebbe naturalmente includere il monitoraggio costante del territorio e dei beni a rischio e una capacità economica pubblica e privata sufficiente a coprire le spese di restauro, di eventuali espropri, di lavori in danno, di attività di censimento e catalogazione. A questo punto si arriva inevitabilmente al corto circuito delle conclusioni: sappiamo tutti che le risorse mancanoe dunque tutto crolla, non solo metaforicamente. In attesa di tempi migliori è doveroso però evitare il peggio, cioè prevenire almenoi disastri irreversibili con il solo mezzo che oggi potremmo attivare: il controllo costante dei beni culturali da parte degli enti pubblici competenti con il sostegno e la collaborazione di istituzioni culturali anche private. Nel caso specifico dell' area vesuviana perché non sollecitare e indirizzare a questo fine una struttura ad hoc come la Fondazione Ente Ville Vesuviane, nata nel 1971 proprio "con il fine di conservare e salvaguardare il cospicuo patrimonio architettonico e ambientale delle Ville vesuviane del XVIII secolo"? Ma anche in questo caso purtroppo l' obiezione potrebbe essere scontata: mancano i fondi. Esaurite le frecce nella faretra delle proposte forse non resta che l' unico gesto che al momento pare possa dare dei frutti: lo sciopero della fame sull' esempio del sindaco di San Tammaro, che ha fruttato l' attenzione del ministero dei Beni culturalie di conseguenza, forse, la salvezza di quel che resta del sito reale di Carditello.