In questi ultimi tempi si è molto discusso dell'importanza di candidare l'Italia, e il Nord-Est in particolare, ad alcuni eventi e riconoscimenti di carattere internazionale. E' senz'altro possibile che ospitare Olimpiadi od Expo o divenire «capitale europea della cultura» contribuisca a sollecitare investimenti e ad attrarre visibilità internazionale. Tuttavia, se oggi è inevitabile farsi coinvolgere da una sorta di «cultura dell'evento» che ormai orienta le decisioni in diversi ambiti, altrettanto importante è avere uno sguardo realistico e di lungo periodo. Capitali della cultura lo si è e lo si diventa nei fatti, più che grazie ad eventi o riconoscimenti specifici. E uno dei dati più importanti e incontestabili è la capacità di attrarre i talenti e soprattutto i giovani più brillanti. Affermarsi come polo di attrazione internazionale sul piano della formazione e della ricerca, ad esempio. Non c'è dubbio che in passato alcuni centri del Veneto siano stati capitali culturali di grande rilievo internazionale. Dopo la laurea a Cambridge, alla fine del Cinquecento, William Harvey venne a Padova per proseguire i propri studi di anatomia sotto la direzione di Girolamo Fabrici d'Acquapendente. Se oggi guardiamo ai dati Ocse sulla presenza di dottorandi stranieri nel nostro Paese, è inevitabile porsi qualche domanda. Meno di un dottorando su dieci arriva dall'estero. Nel Regno Unito e in Svizzera sono quasi uno su due. Diamo pure per scontato che l'aspetto linguistico favorisca il Regno Unito. Ma in questa classifica risultano assai più attrattivi dell'Italia anche Francia (4096 di dottorandi dall'estero), Belgio, Norvegia, Spagna e perfino Portogallo e Slovenia. Chi ritiene troppo specifico questo criterio, può guardare alla classifica delle città più vivibili della rivista Monocle, che tiene conto di aspetti quali sicurezza, dimensione internazionale, condizioni per fare business, qualità e gestione degli spazi urbani. Al primo posto c'è Helsinki, e tra le prime venticinque non entra neppure una città italiana. Come si diventa, allora, capitali della cultura nei fatti, più che nei proclami? Come far tornare le nostre città attrattive per la «classe creativa» internazionale, e non solo come destinazioni turistiche? Su un piano specifico, è chiaro che un ruolo chiave è dato dagli investimenti di lungo periodo nelle istituzioni di ricerca e di formazione. Ma non è trascurabile anche l'importanza del più ampio contesto in cui le istituzioni di ricerca si collocano. Siamo certi di poter offrire, ad esempio, asili nido, scuole e servizi adeguati alle aspettative di giovani ricercatrici e ricercatori? Di avere un mercato del lavoro abbastanza aperto e fluido da consentire ai loro partner di trovare un lavoro in tempi ragionevoli? Forse prestare maggiore attenzione a questi aspetti, seppur meno appariscenti, potrebbe contribuire a farci tornare al centro di quella mappa internazionale dei luoghi più nevralgici e dinamici sul piano culturale.
Il dibattito sul Nordest. Capitali culturali sì, ma nei fatti
L'articolo discute sull'importanza di candidare l'Italia e il Nord-Est ad eventi e riconoscimenti internazionali per attirare investimenti e visibilità. Tuttavia, è necessario avere uno sguardo realistico e di lungo periodo, considerando la capacità di attrarre talenti e giovani ricercatori. Secondo i dati dell'Ocse, il Veneto ha meno di un dottorando su dieci provenienti dall'estero, mentre il Regno Unito e la Svizzera hanno quasi uno su due. Le città più vivibili del mondo, secondo Monocle, non includono alcuna città italiana.
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