Sergio Scavio consigliere comunale, Sassari Da volano a pesante ingombro, ha quasi perduto la propria dignità Ma bisogna opporsi al principio secondo cui è una merce qualsiasi Da qualche settimana l' inserto domenicale de "Il Sole 24 ore" ha lanciato una crociata, sotto forma di manifesto, con un preciso obbiettivo. Riportare sulla linea di galleggiamento del dibattito pubblico la cultura e il suo ruolo nello sviluppo del Paese. Il principio che incardina il manifesto è coerente con una linea partorita nelle stanze di Confindustria: si sostiene che "la cultura e la ricerca innescano l'innovazione, e dunque creano occupazione, producono progresso e sviluppo" e che, in sintesi, questo processo debba farsi secondo logiche prettamente economiche. La cultura e le sue manifestazioni più felici e conosciute, ad esempio le città d'arte, diventano dei brand da valorizzare, per innescare uno sviluppo dei territori di riferimento. L'arte non si mangia, insomma, come sostenne il candido Tremonti, ma se utilizzata a dovere, se inserita nei processi economici fa mangiare, e molto: l'obiettivo è dunque sempre quello di procacciarsi cibo. La cultura è dunque, per Confindustria e i ministri Passera, Ornaghi e Profumo, firmatari entusiasti del manifesto, l'ultra-citato "volano dell'economia". Io, che di meccanica non capisco nulla, al sentire la parola 'volano" m'imbarazzavo fin quando non ho capito che si tratta di uno strumento che serve ad accendere il motore, strumentale ad attivare altro. La cultura diventa dunque il ponte per raggiungere il benessere materiale, un mezzo che permette di raggiungere quello che non può più offrire la produzione industriale. La qualità e l'efficacia di un progetto culturale - un festival, un museo, un teatro - non sono più valutate secondo l'aumento del benessere intellettuale ed umano che producono, ma sempre più spesso per l'indotto: il numero di pasti consumati, di posti letto occupati, di birre vendute. Le politiche culturali, ormai esplicitamente, sono unicamente indirizzate alla produzione di consenso - del consumatore, non del cittadino - che diventa il parametro unico di valutazione delle necessità di una comunità:come scrive Pierluigi Sacco il progetto culturale contemporaneo "cerca consenso, e dunque pesca nel campo del conosciuto, del condiviso, secondo le logiche dell'audience televisiva". E dunque al funerale - morte per omicidio - dell' uomo pubblico partecipa l'uomo emotivo:l'emozione diventa la materia su cui si plasmano le identità dei cittadini, e fruitori di cultura, contemporanei. E' urgente ripensare al ruolo della cultura nelle politiche istituzionali, aprendo un dibattito che riparta dal principio che la cultura non è una merce o uno strumento che possa servire unicamente ad attivare settori economici in crisi. La Sardegna, come l'Italia tutta, a questo processo di rigenerazione non può tirarsi indietro. La cultura per anni è stata relegata al ruolo di "volano", permettendo a decine di imprese edili di costruire teatri ora tristemente vuoti, a Sindaci di paesini di avere il loro museo sugli usi agricoli, ad organizzatori di eventi culturali di fare mostre o concerti con l'unico scopo di lisciare il pelo al pubblico e al politico in cerca di consensi. La possibile nascita, approvata in commissione regionale, della "Fondazione Sardegna per i beni culturali", soggetto che esautorerebbe la Regione dall'ideazione degli indirizzi politico-culturali, in tal senso preoccupa. E' ora di ridare all'arte e alla cultura il ruolo che gli spetta, che non è, come dice l'eretico Goffredo Fofi, il tranquillante o il sonnifero con cui dobbiamo confrontarci quotidianamente, ma "ricerca, esperimento, inquietudine, domanda. In una parola, conflitto". Pubblico, aggiungo.
Restituire alla cultura il giusto ruolo nella società in crisi
Il manifesto "Il Sole 24 ore" chiede di riportare la cultura e il suo ruolo nello sviluppo del Paese al dibattito pubblico. La cultura è vista come un "volano" che può innescare l'innovazione e lo sviluppo economico. Tuttavia, secondo Sergio Scavio, la cultura non è una merce che possa essere utilizzata per attivare settori economici in crisi, ma piuttosto un mezzo per raggiungere il benessere materiale. Le politiche culturali sono ora indirizzate alla produzione di consenso, piuttosto che al benessere intellettuale ed umano.
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