"È un'opera di qualità, ma non del grande scultore" È CONVINTO che sia «il più importante caso critico dopo le false teste di Modigliani», ma fare polemica, dice, non gli interessa. Giovan Battista Fidanza, docente di storia dell'arte moderna nell'Università di Roma Tor Vergata, è uno dei più autorevoli esperti di opere d'arte in legno di età moderna, e da anni studia il rapporto fra specie legnose e risultato stilistico nelle sculture rinascimentali e barocche. Sulla prestigiosa rivista austriaca Wiener Jahrbuch für Kunstgeschichte firma un saggio che smantella l'attribuzione a Michelangelo del Cristo appena esposto al Bargello, costato allo Stato 3 milioni e 250 mila euro ma oggetto di una inchiesta della Corte dei Conti, secondo cui ne varrebbe non più di 7-800mila. Professore, perché, secondo lei, Michelangelo non c'entra? «Penso che questa attribuzione, come altre, sia stata frutto della suggestione che spinge spesso gli storici dell'arte a riconoscere con troppa facilità la mano del grande scultore. Per il quale, dicono le fonti, il ricorso al legno per le sculture era dovuto a rarissime e precise occasioni». Di sicuro è autore del crocifisso di Santo Spirito, e di quello, non finito, di Casa Buonarroti. Non potrebbe aver firmato anche questo, che è di legno di tiglio come gli altri? «Per sciogliere ogni dubbio servirebbe, come è avvenuto per il crocifisso di Santo Spirito (davvero di tiglio), un'analisi microscopica della specie legnosa. Ma quasi certamente, qui, non si tratta di tiglio. Lo stesso tecnologo che scrisse nel catalogo della mostra al Museo Horne del 2004, indica come molto più probabile il pioppo. Differenza fondamentale, ai fini dell'attribuzione». In che senso? «Il tiglio ha cellule piccole che permettono di ottenere i dettagli solo attraverso l'intaglio, mentre il pioppo le ha più grandi, impedisce una buona finitura superficiale e obbliga spesso a intervenire con la "mestica", un materiale di gesso e colla, per coprire le imperfezioni. In questo crocifisso, come dimostra la Tac, la "mestica" è di spessore modellabile. Sopra le natiche si vede anche a occhio nudo. Laddove appena un "velo", utile solo a far aderire i pigmenti, copre il Cristo di Santo Spirito». Perché Michelangelo non avrebbe potuto scolpire anche così? «Perché la scultura, come è noto, è per lui qualcosa che emerge per asportazione di materia, un'idea già tutta contenuta dentro il blocco da lavorare e da portare alla luce solo levando il superfluo, come in Santo Spirito. Non, come qui, rimodellando i volumi». In tutti e due i casi però usa blocchi di legno con pezzi assemblati. «Sì, ma mentre per Santo Spirito, date le maggiori dimensioni della scultura, 139 centimetri, ciò servì per prevenire deformazioni, la stessa spiegazione non regge per un'opera di appena di 41 centimetri. Insomma, in questo caso si è semplicemente fatto uso di legni di risulta, come spesso nelle botteghe di legnaioli-scultori». E l'inclinazione del capo, e l'anatomia perfetta, che secondo critici di rango portano la firma del genio? «Il cuneo inserito nella testa del Cristo, per aumentarne l'inclinazione, va interpretato non tanto come un "ripensamento", ma come un tipico espediente da artigiano del legno, così come la ferita del costato, ottenuta con un colpo secco di sgorbia, causa di una fessurazione interna poi "riparata" con un inserto ligneo e con la "mestica". A mio avviso Michelangelo mai avrebbe fatto ricorso ad accorgimenti del genere. E quanto all'anatomia, certo bella, è però molto distante da quella di Santo Spirito. Là un corpo esile, una positura originalissima, qui una come se ne vedono in tanti altri crocifissi, e forme piuttosto ordinarie, per quanto ben eseguite. E poi: mentre in Santo Spirito pittura e scultura sono in stretto rapporto, e molti dettagli, come la ferita sanguinante del costato, sono resi col colore, qui no. Il che ci conferma che il crocifisso è opera di un bravo legnaiolo-scultore, poi dipinta da un pittore. Come spesso avveniva nelle botteghe fiorentine di fine '400». Dunque, lo Stato italiano avrebbe acquistato solo una produzione di bottega, sia pure di alta qualità? «Senza ombra di dubbio».