L'altroieri il presidente del consiglio e alcuni ministri, quasi rispondendo alla richiesta di Federico Orlando dalle pagine di questo giornale, hanno trascorso una giornata a Napoli. Un'occasione importante sulla scia della quale propongo qualche riflessione su tre punti che mi sembra siano emersi in modo particolare. Prima riflessione. Il presidente Monti ha visitato uno dei più importanti musei italiani, Capodimonte, ed è comprensibile la meraviglia che ha mostrato di fronte agli straordinari capolavori d'arte che ha potuto ammirare. Meno comprensibile è la meraviglia del ministro Profumo nell'apprendere che il museo è poco visitato. Le risulta, signor ministro, che vi sia una qualche politica che favorisce la conoscenza e l'avvicinamento allo straordinario patrimonio museale del paese? A me non risulta, anzi per la verità mi risulta il contrario. Basta parlare con uno dei tanti direttori di musei, per ascoltare amare considerazioni non solo sulle sempre più scarse risorse disponibili, ma su una più generale insensibilità e trascuratezza nei confronti di questo prezioso patrimonio. Certo abbiamo il lascito di quel geniale ministro che sosteneva che «con la cultura non si mangia», ma proprio per questo non sarebbe male se il nuovo ministro dei beni culturali desse un segnale di cambiamento di rotta sull'argomento, tenendo conto che, soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia, la fruizione del patrimonio artistico non è solo una questione di godimento estetico e di crescita culturale, è anche uno dei capisaldi per lo sviluppo delle economie locali. Seconda riflessione. Il presidente ha parlato dell'intervento su Pompei. E qui bisogna dire che ha detto quello che da tempo immemore ci aspettavamo di sentir dire, ossia che a Pompei ci sono due problemi prioritari rispetto a tutto il resto: la messa in sicurezza del patrimonio materiale gli edifici, le strade, gli affreschi, i calchi e i reperti di ogni tipo ossia di quel patrimonio che una lunga e triste serie di ministri dei beni culturali ha fatto degradare esponendolo a rischi di ogni genere; l'espulsione della malavita organizzata dal controllo di tutto quanto accade all'interno dell'area: dagli appalti delle opere, alla gestione dei servizi, al controllo sui flussi turistici. Problemi noti a tutti, ad affrontare i quali sono stati lasciati soli e privi di mezzi i tanti soprintendenti che si sono avvicendati, uno per tutti, tra i più capaci e inascoltati, Piero Guzzo. Ora finalmente sembra che abbiamo un finanziamento cospicuo, un progetto ben impostato e, soprattutto, un impegno diretto e dichiarato del governo italiano e della comunità europea. Allora un modesto suggerimento: non facciamo venir meno la presa. Un buon progetto e risorse adeguate sono una condizione necessaria ma non sufficiente; occorre un controllo continuo e pressante su tutto quello che si farà in attuazione del progetto e su tutti quelli che avranno voce in capitolo. È un compito affidato a un commissario straordinario e, dunque, non lo si lasci solo e lo si sostenga in ogni modo e con mezzi adeguati, perché solo se si avvertirà questa presenza costante dello stato si potrà avere il 'subbuglio innovativo" dei cittadini. Poi bisognerà prendere le mosse da questo importante segnale che viene da Pompei per estenderlo alle molte, simili e altrettanto straordinarie situazioni presenti nei territori meridionali: le aree archeologiche di Paestum, Velia, Metaponto, Egnazia,Sibari, Crotone, Locri Epizephìri; i Templi di Agrigento e quelli di Selinunte; i Sassi di Matera, per citare alcuni dei casi più eclatanti. Tutti luoghi e patrimoni di straordinaria importanza che versano in condizioni critiche e che non bisogna solo salvaguardare ma anche mettere in gioco come risorsa produttiva. Terza riflessione. Il presidente, infine, ha parlato del Sud dicendo che «soffre strutturalmente di divari gravi nella qualità dei servizi pubblici e collettivi per i cittadini e per le imprese», citando scuola, trasporti, assistenza sociale, sostegno alle attività imprenditoriali. Affermazioni giuste ma, mi permetto di dire, piuttosto note e che da sessanta anni a questa parte la Svimez l'Associazione di Pasquale Saraceno, Salvatore Cafiero, Nino Novacco va non solo ripetendo ma documentando in modo scientifico, e alle quali ha fatto seguire proposte puntuali sul da farsi. Dunque sarebbe tempo di superare la fase delle affermazioni e delle analisi e avviare una politica incisiva e duratura tesa a risolvere i problemi strutturali del Mezzogiorno un terzo del territorio nazionale, 20 milioni di abitanti che è un tutt'uno con il problemi dell'Italia intera. Superfluo enumerarli una volta di più, ma non possiamo mai omettere di ricordare la più grave delle conseguenze della loro mancata soluzione: la mancanza di lavoro, un vero e proprio dramma sociale che sta falcidiando intere generazioni di giovani escludendoli dalla convivenza civile. Avviarlo a soluzione è un compito al quale questo governo, proprio per la straordinaria libertà di movimento che lo caratterizza, dovrebbe dedicarsi con un impegno almeno pari a quello profuso nella riforma del mercato lavoro, di cui è di gran lunga l'aspetto più importante. Certo i versanti da affrontare sono molteplici e quello fondamentale è la creazione di una classe dirigente capace e, soprattutto, libera dai condizionamenti che una diffusa cultura mafiosa fa gravare su di essa. Il pericolo principale non è rappresentato dalle organizzazioni criminali, che lo stato ha dimostrato di saper combattere, se lo vuole, come è avvenuto in Sicilia e come non è ancora avvenuto in Calabria. Purtroppo vi è in campo anche un fattore più oscuro e insidioso, rappresentato da quella che il recente Rapporto annuale della Società Geografica Italiana ha indicato come «la contiguità compiacente di una vasta area sociale (avvocati, ragionieri, commercialisti, imprenditori, medici, funzionari di banca ed anche esponenti politici di livello locale e nazionale) impegnata a svolgere un ruolo organico nell'espansione e nel consolidamento economico-finanziario dei clan». Un'affermazione terribile ma, ahimè, profondamente vera, che disegna una situazione dalla quale, come è stato più volte detto, è pensabile uscire solo con un risveglio delle coscienze delle stesse componenti di quella "borghesia mafiosa". Ma quello che il governo deve sapere è che questo risveglio potrà avvenire solamente se lo stato sarà capace di riprendersi quei territori, riaffermando la sovranità che gli è stata sottratta. Con la forza, se e dove necessario, ma soprattutto con un'azione di governo dei processi economici e sociali, che sia di lungo periodo ma, al contempo, di diuturna presenza. E questo che si aspetta la stragrande parte dei cittadini meridionali, che non rivendicano "soluzioni privilegiate" (questo lo fanno i molti politici da strapazzo) ma, per l'appunto, i "diritti collettivi".