La Fondazione a un passo dal Duomo conserva un tesoro architettonico del 1573 Ordinata da San Carlo a Tibaldi come scuderia oggi è visitabile Il direttore «Questa è un'agorà dove con il contributo di intellettuali si accende il dibattito» Un'istituzione d'eccellenza, un monumento poco conosciuto, una mostra intrigante. Tre buone ragioni per parlare di Fondazione Ambrosianeum, ente culturale fondato nel 1946 dal Cardinal Schuster con il sostegno del gotha cattolico milanese. «Siamo nati tra le macerie della guerra, metafora di una ricostruzione morale e civile attuale anche oggi», racconta il presidente Marco Garzonio. «Già nel nome incarniamo lo spirito ambrosiano: rimboccarsi le maniche, non arrendersi, essere laboratorio del nuovo. Proprio quando è in difficoltà Milano risale: sono ottimista sul suo futuro». «Questa è un'agorà», continua Garzonio. «Un luogo ecumenico, di ricerca, dove con il contributo di intellettuali d'ogni campo si accende il dibattito su nodi determinanti per la vita milanese. Incontri, convegni, visite d'arte e, fiore all'occhiello, l'atteso "Rapporto sulla città": ogni anno un'indagine su un tema d'attualità, tra i più recenti crisi, welfare, realtà giovanile. «Non per sapere che cosa può fare Milano per noi, ma per capire che cosa possiamo fare noi per Milano», spiega kennedyano il presidente. Plus straordinario la sede della Fondazione, un passo dal Duomo, via delle Ore 3 (tel. 02.86.46.40. 53, www.ambrosianeum.org): la cosiddetta «Rotonda» dell'Arcivescovado, costruzione decagonale su tre livelli commissionata nel 1573 da San Carlo Borromeo all'architetto Pellegrino Tibaldi come scuderia. Conservato intatto nel tempo, sobrio all'esterno e di armonica eleganza all'interno, l'edificio è una bella sorpresa: le sale si possono vedere in occasione di conferenze e concerti. In questi giorni il piano inferiore è sempre aperto con ingresso libero, da martedì a domenica, ore 10-19.30: fino al 9 maggio ospita la mostra «Cacciatrice di miraggi», 25 fotografie di Margherita Lazzati. Da Dubai all'Engadina, da Parigi a Milano, da Londra a Berlino, Margherita non si separa mai dalla sua compatta automatica. Con occhio fiabesco e sensibilissimo, giocando su luci, riflessi e superfici specchianti, coglie attimi unici di realtà: «La mostra è dedicata ai miei figli», rivela. «Perché alzino lo sguardo verso ciò che altri non vedono e afferrino quel che non si può comprare». Ogni scatto è commentato da personaggi noti, da Claudio Abbado a Bros, da Umberto Veronesi a Giobbe Covatta. I visitatori sono invitati a scrivere le loro impressioni: le fila del lavoro si tireranno il 17 maggio in un finissage alla Feltrinelli di via Manzoni 12.