Tre sono le cause del degrado che affligge non solo il centro storico dellAquila (tra i più preziosi dItalia), ma anche la società, leconomia e la vita stessa della città. La prima, e la meno grave, è il terremoto di cui ricorre il terzo anniversario. La seconda, peggiore del terremoto, è la pessima gestione dellemergenza, dovuta a scelte irresponsabili del governo Berlusconi. Più allarmante è la terza causa: la nostra cecità, la riluttanza ad ammettere che in tre anni si sono risolti ben pochi problemi, anzi se ne sono creati dei nuovi. Molti italiani credono in buona fede che nella città martoriata ferva la ricostruzione. Altri, pur sospettando quanto grave sia la paralisi, si consolano con qualche buona notizia, come il restauro Fai della simbolica Fontana delle 99 cannelle, o si accontentano degli annunci che piovono ogni tanto. Onna, per esempio è un cumulo di rovine, non una casa è stata ricostruita (nemmeno la chiesa): la Germania, nel ricordo delleccidio nazista che vi avvenne nel 1944, ha costruito solo una "sala multifunzionale" accanto ai baraccamenti degli sfollati. Ed è già qualcosa, visto che quasi tutti i Paesi che al G8 avevano dispensato promesse si sono dileguati. Più generoso ed efficace di tutti, il Kazakistan; qualcosa hanno dato anche Francia e Giappone, nulla dagli altri, compresi Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna. Nelle strade deserte del centro si allineano spettrali impalcature, sulla navata delle chiese sventrate svolazzano teloni di plastica che il vento ha strappato dagli ormeggi. Un silenzio irreale pervade le piazze, quasi stilla dalle pietre, dalle orbite vuote delle case. Qua e là la traccia di un cantiere di ricostruzione, invariabilmente abbandonato. Case, banche, palazzi pubblici avvolti in una selva di tubi che ne impediscono il crollo ma non ne preparano la resurrezione. Un unico bar aperto, quello del famoso torrone dei fratelli Nurzia; non più di due o tre persone che si aggirano silenti nella città fantasma. La vita è altrove, nelle new town volute da Berlusconi: quasi ventimila aquilani deportati in città-satellite dove non cè un bar, non unedicola, una piazza, una scuola, una chiesa, un luogo dincontro. Quartieri-dormitorio, sorti in fretta su terreni già agricoli e dati in comodato agli sfollati, con loro convenienza economica; ma a prezzo di non rivedere mai le proprie case, di non poter neppure portare nella nuova casa il letto o il tavolo di quella vecchia (non cè spazio, sono in comodato anche i mobili); di disgregare il tessuto sociale. Questo svuotamento di memoria e socialità risponde a un progetto consapevole, lo stesso che fu fulmineamente concepito, la notte del terremoto, dal costruttore Piscicelli. Parlando al telefono con il cognato, i due sghignazzano sinistramente: per loro il terremoto porta cemento, porta affari. È per loro beneficio che, trasformando il centro dellAquila in una Pompei del XXI secolo, si è puntato non sulla ricostruzione né su villaggi temporanei, ma su permanenti "città nuove" che sono piuttosto altrettante non-città (per la precisione diciannove, distanti da 3 a 15 Km dal centro, e fino a 30 Km luna dallaltra). Quanta differenza da altri terremoti, come quelli del Friuli o dellUmbria, quando la ricostruzione dei centri storici si dava per scontata! Quanta strada abbiamo percorso, in pochi anni, verso il fondo dellabisso! Allinsegna, si capisce, dello "sviluppo", identificato con la cementificazione di territorio già agricolo. Perciò LAquila non è una città qualsiasi: vittima sacrificale di un pensiero unico, spacciato per ineluttabile, essa è il simbolo di unItalia asservita alla cinica retorica della crescita senza fine che governa la nuova urbanizzazione e spalma di cemento lintero Paese. Si aggira intanto per lAquila il "popolo delle carriole", che di quando in quando invade pacificamente il centro, ripulisce un po di macerie, ricorda a se stesso (e a noi) che LAquila non può morire. Il ministro Barca ha recentemente annunciato un progetto sulla città, a quel che pare elaborato da funzionari Ocse e ricercatori olandesi. Cominciamo male, con un frivolo slogan: trasformare lAquila in una smart city. Continuiamo peggio: perché LAquila diventi intelligente occorre farne «un prototipo, un laboratorio vivente, uno studio di caso, che sfrutti nuove tecnologie per migliorare la qualità della vita». La ricostruzione? Può aspettare, anzi è sbagliata «lintenzione di ricostruire prima e poi trovare i mezzi per progredire». Bisogna, anzi, «spostare il centro dellattenzione dalla ricostruzione fisica allo sviluppo economico e sociale». LAquila devessere «adatta a nuovi modelli di business», candidarsi a capitale europea della cultura, e non toccare una pietra senza prima aver lanciato un concorso fra «architetti di fama mondiale», che intervengano sugli edifici cambiandone la destinazione duso per farne «luoghi moderni concepiti in maniera creativa, modificando gli interni e conservando le facciate storiche degli edifici». Insomma, «celebrare il passato» lasciando in piedi le facciate, costruire il futuro sventrandone gli interni. E poi, tanta tecnologia: energia pulita, Internet per tutti, città cablata. Non una parola sul riscatto dei cittadini dallesilio nelle squallide new town: per sentirsi intelligenti, smart, allavanguardia, per volare «sulle ali dellAquila» (altro slogan del progetto) meglio rimandare la ricostruzione, puntare su concorsi di architetti e realtà virtuale. Rimandare la ricostruzione in nome di un roseo futuro tecnologico, consolidando in perpetuo lespulsione dei cittadini nei ghetti delle new town, pensare al centro storico come terra di nessuno per esperimenti architettonici e (ipotetiche) soluzioni davanguardia: questa strategia non è nuova. Ricorda da vicino le dichiarazioni dellonorevole Stracquadanio alla Camera (7 agosto 2010): «LAquila era una città che stava morendo indipendentemente dal terremoto, e il terremoto ne ha certificato la morte civile; il governo avrebbe voluto fare una nuova università, una Harvard italiana, e ci è stato detto che volevamo cementificare». Intanto, si minaccia il trasferimento a Sulmona del Museo nazionale dAbruzzo, già collocato allAquila nel Castello; intanto, i 6 milioni offerti dalla Provincia di Trento sono destinati a costruire un nuovo auditorium di Renzo Piano che assai impropriamente dovrebbe sorgere nel parco del Castello (lo ha denunciato Italia Nostra). Condannata a morte, questa nobile città italiana non può accontentarsi di architetture-spot o di farneticazioni tecnologiche. Se non vogliamo essere complici di Piscicelli e Stracquadanio, la priorità è: riportare gli aquilani nelle loro case, ridar vita al centro storico.
LAquila, la pompei del XXI secolo
Il terremoto dellAquila nel 2009 ha lasciato la città in uno stato di degrado, con il centro storico in rovina e la società in crisi. Le cause del degrado sono tre: il terremoto, la pessima gestione delle emergenze e la cecità della popolazione. La ricostruzione è stata trasformata in un progetto di "sviluppo" che priorizza la cementificazione di territorio agricolo e la creazione di new town. La città è stata trasformata in una "smart city" con tecnologie avanzate, ma senza una priorità per la ricostruzione dei centri storici e la reintegrazione dei cittadini nelle loro case. La popolazione è stata spostata nelle new town, dove non c'è spazio per le case e i mobili.
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