La proposta di Altagamma al Comune: la vetrina di 34 griffe MILANO AAA Galleria Vittorio Emanuele vendesi. Stretta nella morsa del patto di stabilità e alle prese con un buco di bilancio da 580 milioni, Milano mette mano all'argenteria di famiglia e si prepara al più imprevedibile dei saldi: l'apertura ai privati del salotto dell'Ottagono, 50mila metri quadri di negozi, appartamenti e uffici a due passi dalla Madoninna. La proposta indecente (anticipata da "Mf") è arrivata sul tavolo dell'assessore al bilancio Bruno Tabacci da Altagamma, associazione di 34 griffe del lusso guidata da Santo Versace: «Vogliamo far diventare Galleria Vittorio Emanuele un palcoscenico del design, della cultura, della gastronomia e della moda italiane» recita la missiva. Il sindaco Giuliano Pisapia non ha chiuso. Anzi. Si è «riservato di approfondire» la questione in un incontro previsto per la prossima settimana. «L'Ottagono è un edificio storico inalienabile e il Comune deve mantenere il controllo assicura Tabacci, deputato Api e vicino di "banco" a Montecitorio di Versace . L'idea potrebbe essere un fondo immobiliare in grado di realizzare utili da reinvestire al servizio dei milanesi». La valorizzazione della Galleria, a dire il vero, è già partita da tempo senza alcun bisogno dell'intervento messianico dei privati. Nel 2007 il salotto tra Piazza Duomo e Teatro alla Scala era territorio di nessuno. Un suk dove i commercianti si scambiavano i contratti low cost del Comune come figurine Panini, in un mercato nero dove guadagnavano in pochi (loro) e Palazzo Marino restava a becco asciutto. Il prezioso e oscuro lavoro degli uffici del Demanio ha consentito in cinque anni di voltar pagina: il traffico d'affitti è stato stroncato. Trentun canoni a prezzi di saldo sono stati rinegoziati, raddoppiandone il costo. Oggi l'Ottagono garantisce alla città 12 milioni l'anno, il 50 in più del 2007. E la speranza «è far salire gli incassi da 230 a 400 euro a metro quadro», assicura l'assessore ai lavori pubblici Lucia Castellano. L'obiettivo non è irraggiungibile. La lista d'attesa per sbarcare sotto le cupole di ferro-vetro nel cuore del quadrilatero della moda è lunghissima. Apple, Gucci e Prada hanno combattuto una battaglia all'ultimo rilancio per i 5mila metri quadri liberati dallo sfratto di McDonald's. Partita vinta per ko da Prada con un rialzo del 150 sulla base d'asta: la griffe di Patrizio Bertelli ha offerto 8 milioni l'anno (1.600 al mq.), più di quanto costa un negozio sulla Quinta Strada a New York e poco meno dei valori in Place Vendome a Parigi. La Galleria è il tesoro sotto casa che non ti aspetti. E non a caso la corsa all'oro, viste le ristrettezze di bilancio, ha accelerato con la giunta Pisapia. Il Demanio sta completando gli sfratti ai privati, una decina di famiglie che vivono qui quasi gratis (c'è chi paga 2mila l'euro l'anno per 160 mq). I tecnici completeranno entro l'estate il trasferimento di 35 onlus in un palazzo messo a disposizione dal Comune, liberando 4.300 pregiatissimi metri quadri che oggi rendono la miseria di 46 euro l'uno. Altro spazio si ricaverà più avanti, traslocando uffici comunali e sedi dei partiti che oggi occupano un terzo degli spazi disponibili nel mini-Eldorado meneghino. L'opposizione, doveri del ruolo, è sulle barricate. «Si afferma il metodo Tabacci: una trattativa privata di cui si sa già il vincitore», attacca il capogruppo Pdl a Palazzo Marino, Carlo Masseroli, ricordando la vicenda Sea-Gamberale. Preoccupati anche i negozianti della Galleria: «Il Comune non può ragionare solo con il criterio del massimo profitto dice Pier Antonio Galli consigliere di associazione Salotto di Milano altrimenti le botteghe storiche non avranno chance di poter restare qui». Qualcuno, ingolosito, pensa al Bingo. Quanto incasserebbe Milano vendendo l'Ottagono? «È un'operazione impossibile », dicono i tecnici. Eppure in camera caritatis si fanno i conti. Ai prezzi di mercato (15-18mila euro al mq per i negozi, 6mila per appartamenti e uffici) 500 milioni. Quanto servirebbe per sistemare il bilancio della città. E la tentazione, si sa, fa l'uomo ladro. "Un patrimonio ormai snaturato potrebbe tornare ai fasti del passato" Il critico Philippe Daverio: la gestione pubblica non basta più PHILIPPE Daverio, che cosa è stata la Galleria? «Fin dalla nascita, nel 1865, è stata l'intervento urbanistico più all'avanguardia d'Italia». Ha sempre avuto una valenza commerciale? «Non solo. Qui si svolgevano gli incontri tra il 1898 e la Prima Guerra Mondiale, il dopo teatro Scala, i grandi ristoranti. Il vero cuore di Milano. Dove ora c'è la Rizzoli c'era la birreria Grande Italia, ci andavano i soldati americani, anche Hemingway. All'inizio di via Manzoni si trovava il Cova Bar che accolse le prime mostre dei Futuristi. Il quadro "Rissa in Galleria" di Boccioni ha per soggetto quel che succedeva, e il bar Campari è ancora lì, con i suoi mosaici Liberty. In Galleria c'era tutto». È ancora il salotto di Milano? «No, il baricentro si è spostato su Montenapoleone. Oggi è snaturata, sta cercando la sua vocazione». Come lo vede l'ingresso del gruppo Altagamma? «È l'unica soluzione, il pubblico da solo non ce la fa». (anna cirillo)