Domani, 6 aprile 2012, L'Aquila si sveglierà come si svegliò la mattina di 3 anni fa. Senza la paura, senza i morti e i feriti da raccogliere, la polvere, il fumo acre e il dolore cocente di quel giorno, ma con la stessa domanda che scivola di bocca in bocca: che cosa ne sarà di questa città? Tre anni non sono stati sufficienti a dare una risposta. Nessuno avrebbe mai potuto pretendere di rivedere, dopo mille giorni, la vita scorrere nelle strade del centro storico, gli edifici rimessi in sesto, la comunità economica di nuovo in marcia. Ma forse non era troppo esigere che, dopo mille giorni, ci fosse almeno un'idea definita di quello che la città sarà in futuro. Un progetto a cui avvicinarsi lentamente, dosando empiricamente le forze, con la cautela e il rispetto che richiede un organismo di tale complessità e ricchezza. Tuttavia, anche agli occhi di un osservatore esterno, la condizione di immobilità che L'Aquila vive è apparente. Tutto lascia ritenere che il tempo sia fermo. Ma il tempo non è mai fermo e il suo trascorrere non è un accidente neutrale. Se il tempo passa e niente si avvia a soluzione, si torna indietro. Basta alzare lo sguardo agli edifici del centro storico che ogni giorno perdono un pezzo per capire quanto il degrado fisico non conosca pausa. Si stanno deteriorando persino i poderosi tubi innocenti che tengono ingabbiati centinaia di palazzi. II ferro si ossida e il legno delle impalcature, esposto all'acqua, marcisce. Ma ancora più impervio, rispetto a quel 6 aprile del 2009, sembra il cammino per ridare a L'Aquila un'accettabile qualità urbana. Qui il passo indietro pare ancora più evidente. Come si fa a ricostruire non soltanto gli appartamenti, ma la città, cercando di tenere insieme i tanti pezzi sparsi nel vasto territorio comunale, pezzi che già erano sparsi ma che ora, con i 19 insediamenti del progetto C.a.s.e., sono ancora più sparsi e appesantiti? L'Aquila ha cambiato forma. Anzi, ha perso ogni forma. E ora una qualche forma occorre ridargliela, e non soltanto sulla carta. Che ne sarà, dunque, di questa città? Dove sta un'idea di che cosa L'Aquila debba essere? E' l'assenza di un progetto ciò che l'intera comunità nazionale - in primo luogo le sue classi dirigenti - porta su di sé come una colpa grave. Il governo di Silvio Berlusconi e la Protezione civile di Guido Bertolaso hanno giocato su L'Aquila una partita politica. Hanno trasformato il dopoterremoto in una sfida: le decisioni erano concentrate nelle mani di poche persone; le deroghe erano più rilevanti delle regole; la partecipazione (dei cittadini e delle amministrazioni locali) era programmaticamente bandita; la rapidità dell'esecuzione era una specie di mitologia; i controlli, contabili o di legalità, erano vissuti come un impaccio. La cornice di queste politiche era uno stato d'emergenza che nelle intenzioni sarebbe dovuto durare in eterno. Era infatti l'emergenza a giustificare, in ultima istanza, la sospensione della democrazia. L'effetto di quelle politiche si squaderna quotidianamente sotto gli occhi degli aquilani, alle prese con la "filiera", con i progetti che Cineas rimanda a Reluis e quindi a Fintecna e che poi tornano indietro e infine si intruppano sulle scrivanie del Comune. A parte le opacità affaristiche, le cricche che da Palazzo Chigi distendevano gli artigli fin nel cratere, dalla sfida berlusconiana è germogliata una selva burocratica che ha dimensioni parossistiche, anzi comiche. Il commissariamento, invece di alleggerirle, ha grottescamente complicato le procedure. Le ha rese insultanti e mortificanti. Il governo Monti ha proposto qualche modifica. Ha sfoltito i ranghi dei subcommissariamenti, facendo saltare, per esempio, quello ai Beni culturali che ha prolungato la propria sopravvivenza con una forza inerziale proporzionale solo all'inerzia assoluta del ministero retto da Lorenzo Ornaghi. Nella relazione presentata da Fabrizio Barca scorre un'analisi onesta di come sta L'Aquila. Si parla di informazione, comunicazione, programmazione, semplificazione, rigore. Ma intanto la "filiera" resta al suo posto. Restano al loro posto il Commissario e la Struttura tecnica di missione. Intanto l'idea di che cosa sarà dell'Aquila sfuma in una nebulosa. L'Aquila è una delle tante voci nell'agenda del governo Monti. Non è una priorità. Il presidente del Consiglio ha visitato il centro martoriato dell'Aquila per la prima volta qualche settimana fa. Ne è tornato sinceramente stupito e dolorosamente sconcertato. I leader di partito saranno a L'Aquila gli ultimi giorni della campagna elettorale. Però l'idea rimane una chimera segmentata nei piani che in questi giorni si affollano (il piano dell'Ocse, quello di Barca, quello di ricostruzione, quello strategico...). E così il tempo scorre, scandisce anniversari, genera qualche sussulto e produce ogni giorno altre macchie di marciume nei ponteggi.
L'AQUILA NESSUNA RISPOSTA DOPO MILLE GIORNI
L'Aquila si trova ancora in una condizione di immobilità tre anni dopo il terremoto del 2009. La città è ancora in via di ricostruzione, ma il processo è lento e complesso. Il governo ha proposto diversi progetti, ma la "filiera" burocratica e le opacità affaristiche hanno rallentato il processo. L'Aquila è stata trasformata in una sfida politica, con il governo che ha giocato su di essa per dimostrare la sua capacità di gestione. Il presidente del Consiglio, Monti, ha visitato la città e ha espresso la sua sorpresa e dolore per il suo stato. Tuttavia, l'idea di come L'Aquila debba essere ricostruita rimane ancora sconosciuta.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo