L'assetto Nella Palazzo Grassi spa entrano, per il momento a fianco di Fiat, la Casinò di Venezia spa al 41, la casa editrice Skira e Alvise di Canossa di Arteria al 10. Fiat conserva il 49 con l'impegno di cederlo entro 18 mesi. Se il Casinò per quella data non troverà altri soci dovrà acquistare la percentuale che Fiat deciderà di cedere, secondo un accordo di callput. II collezionista Ultimo arrivato nelle contrattazioni per il palazzo di casa Agnelli è arrivato un industriale del nord, grande collezionista d'arte, disposto a comprare in tutto o in parte Palazzo Grassi. Il collezionista, infatti, cercava da tempo un palazzo in Canal Grande per esporre i tesori accumulati in una vita. Un duello a distanza nel mondo dell'arte, un confronto all'ultimo catalogo tra gruppi editoriali più o meno «corazzati», un grande gruppo costretto a cedere uno dei gioielli di famiglia. E sullo sfondo la comparsa, in tempo per l'ultimo fotogramma del film, di un grande collezionista d'arte disposto a tutto pur di avere un angolo di Canal Grande in cui esporre i tesori raccolti in una vita. È questo l'ultimo copione scritto in laguna per quella grande pièce sul mondo dell'arte che è la cessione di Palazzo Grassi, il palazzo della famiglia Fiat consacrato per 20 anni alle mostre d'arte per il grande pubblico. Ieri il consiglio d'amministrazione della Casinò spa, la casa da gioco «cassaforte» del Comune di Venezia, ha dato mandato al proprio presidente. Giorgio Piantini e all'amministratore delegato, Armando Favaretto, di formalizzare dalla Fiat l'acquisto del 51 del Palazzo oggi pomeriggio o al più tardi domani mattina, a patto che da Torino arrivi una parte consistente di documentazione che ancora manca all'appello. «Allegati», li chiama il sindaco Paolo Costa, regista dell'operazione, preoccupato più del fatto di far assestare i conti nella sua maggioranza politica: Ds e polo rosso-verde, infatti, a più riprese avevano chiesto che il Casinò trovasse soci disposti ad accollarsi il peso di un'operazione a perdere. Così, a dividere le fatiche dell'impresa con la casa da gioco ci saranno l'industriale milanese Alvise di Canossa, presidente di Arteria (trasporti d'arte) e la casa editrice Skira di Massimo Vitta Zelman: insieme i due gruppi legati al mondo dell'arte già partner di un'impresa simile a Mantova con Palazzo Tè copriranno però solo il 10 della proprietà, lasciando al Casinò l'acquisto del 41 per cento. Un risultato raggiunto dopo un braccio di ferro durato tre giorni dì sedute del Casinò, che ha lasciato «sul terreno» gli altri possibili candidati e dimezzato la quota di Skira e di Alvise di Canossa: entrambi si erano offerti di acquistare il 10 chiedendo come condizione di avere un posto nel futuro consiglio d'amministrazione e avere garanzie - soprattutto nel caso di Skira - sui cataloghi e la gestione delle mostre a venire. Ma il Casinò ha preteso impegni senza condizioni, tanto da far scendere le offerte e da far fuori l'altro pretendente, la casa editrice veneziana Marsilio di Cesare De Michelis, disposta ad acquistare il 5 (valore: 1,5 milioni di euro) in cambio di rassicurazioni sulla futura gestione. Sterili scaramucce all'ombra di un affare da 28 milioni di euro (tanto vale il Palazzo caro a Gianni Agnelli), si dirà. Se non fosse che nelle ultime ore, a vivacizzare il dibattito cittadino sul «chi c'è chi non c'è» nell'impresa, è intervenuto un imprenditore del Nord - una vita dedicata a collezionare capolavori d'arte - da tempo a caccia di un palazzo veneziano da trasformare in un grande museo personale. L'industriale, arrivato a Venezia contattando nelle ultime settimane l'assessore al Bilancio Giampaolo Sprocati, sarebbe disposto ad accollarsi qualsiasi quota della «torta», dal 51 al 100 per cento, pur di avere la sua vetrina in laguna, tradendo così il desiderio di accostarsi almeno nella forma all'impresa che riuscì all'Avvocato. Ma non è così semplice: a Ca' Farsetti si aspettano le carte del magnate, che dimostrino un impegno concreto a comprare. E ancora: il Comune ha dovuto digerire nei mesi scorsi diversi bocconi amari pur di arrivare a mettere un piede e un pezzo di gamba nel Palazzo che ha cambiato il modo di vivere le mostre d'arte in Italia. Prima l'uscita polemica della fondazione di Venezia di Giuliano Segre - interlocutore naturale dell'affare - che ha mollato la presa di fronte all'impossibilità di poter gestire alla pari la partita. Poi l'opposizione della maggioranza, che ha preteso dal sindaco di far scendere l'impegno del Casinò dalla quota del 5 , tanto che di qui a 18 mesi tempo massimo dato dalla Fiat per la cessione del 100 del palazzo l'impegno è che la presenza del Casinò cali arrivando al 31 per cento. Ancora, la grana dei lavoratori del palazzo; su 14, infatti, solo 3 rimarranno al lavoro, mentre gli altri rischiano il licenziamento, visto che il Casinò intende sostituirli con lavoratori interni alla propria struttura. Ora, a pochi metri dall'impresa, è difficile che Casinò e Comune facciano un passo indietro cedendo il controllo. Ma è decisamente probabile che al magnate sia riservato l'onore di una trattativa rapida in grado di assicurargli di qui a poche settimane una quota importante di Palazzo Grassi.