In passato è mancato il dialogo, si è agito in ordine sparso, talvolta contrapponendosi, fino a mettere a rischio la sopravvivenza stessa di un bene archeologico trai più rilevanti al mondo. Il presente e il futuro di Pompei a quanto pare passeranno invece attraverso il principio della condivisione: un'azione congiunta, elaborata in sede Unesco, che riunirà ministero dei Beni culturali, Regione Campania, enti locali dell'hinterland vesuviano e imprese, in primis quelle che fanno parte dell'Unione industriali di Napoli e del consorzio pubblico privato francese Epadesa. Un modello innovativo, portato avanti con decisione dal dicastero che fa capo a Lorenzo Ornaghi, con il plauso del ministro per la Coesione Fabrizio Barca e di quello per lo Sviluppo economico Corrado Passera. Per raggiungere un obiettivo fondamentale: assicurare conservazione e valorizzazione all'area archeologica che negli ultimi due anni è stata funestata da clamorosi crolli, il più celebre dei quali ha riguardato la Schola Armatorum. A inizio marzo si è svolto un nuovo incontro, in sede Mibac, tra funzionari ministeriali, imprese napoletane e francesi per fare il punto sui due protocolli d'intesta (da un lato quello tra Unesco e ministero, dall'altro quello tra Unindustria, associazione co- struttori e Regione) sottoscritti a novembre scorso a Parigi. «Un momento importante - spiega Ambrogio Prezioso, vicepresidente di march e promotore dell'iniziativa per conto degli industriali partenopei - nell'ambito del quale è emerso il valore aggiunto della condivisione. Una volta tanto, interlocutori pubblici e privati hanno manifestato insieme l'intenzione di collaborare per salvare l'antica Pompei, creare sviluppo e occupazione nell'area vesuviana migliorandone l'offerta turistica». Il punto di partenza per le operazioni di recupero dell'area archeologica vesuviana è rappresentato dal cosiddetto "Grande progetto Pompei", un piano straordinario di interventi (i cui primi bandi saranno presentati domani 5 aprile) che il Mibac ha messo in piedi con una dote di io5 milioni di fondi comunitari. «Si tratta - spiega Antonia Pasqua Recchia, segretario generale del dicastero - di un programma complesso e organico di interventi di messa in sicurezza e restauro della parte scavata dell'area archeologica, finalizzati ad arrestare e contrastare gli effetti dei fenomeni di degrado degli edifici, degli apparati architettonici e di quelli decorativi, a contenere e contrastare il rischio idrogeologico, a migliorare la fruizione generale del sito e la sua sicurezza». In pratica, da qui ai prossimi tre anni, 85 milioni andranno per lavori di consolidamento, otto milioni per rilievi e analisi, sette per un piano di fruizione del sito, tre per rafforzare la squadra della soprintendenza, due per un piano di sicurezza. «Con le risorse comunitarie-precisa PasquaRecchia-si realizzeranno solo opere interne al sito mentre con altre risorse nazionali e locali, nonché con le sponsorizzazioni si potranno realizzare interventi di sistemazione, di bonifica e di infrastrutturazione esterni all'area archeologica, ma essenziali per garantire il più ampio impatto di sviluppo del Grande progetto Pompei». Un'iniziativa che, secondo il segretario generale del ministero dei Beni culturali, rappresenta un «frame work credibile e forte nel cui ambito si possono gestire con sicurezza tutte le volontà di enti nazionali e internazionali, di privati, singoli e associati che vogliono legittimamente partecipare con finanziamenti di sponsorizzazione alla grande sfida di conservare il sito di Pompei per molte e molte generazioni future». Proprio in questo senso si segnala la partnership che lega l'Unione industriali di Napoli e il consorzio pubblico privato francese attivo in ambito edile Epadesa che insieme intendono sviluppare un'offerta di servizi che arricchisca l'esperienza di fruizione del "sistema Pompei" in maniera da accrescere spesa e tempi medi di permanenza dei visitatori e attrarre nuove tipologie di turismo. Un'innovativa operazione di mecenatismo che potrebbe insomma intervenire, oltre che sull'area intra moenia, anche sull'area extra moenia «per il passaggio - spiega Maurizio Di Stefano, presidente di Icomos nonché uno degli ideatori del progetto - dall'attuale modello di visita agli scavi a una esperienza culturale prolungata e allargata». Il tutto pagando una royalty da destinare a manutenzione, restauro e conservazione del sito. Un modello di lavoro che potrebbe far convergere su Pompei risorse importanti, se si considera che Epadesa ha già dato disponibilità a investire un minimo di 20 milioni l'anno per dieci anni. L'attuale modello di intervento è frutto di un cammino inauguratosi il 29 novembre 2011 a Parigi, presso la sede dell'Unesco. In quella sede sono stati sottoscritti due impor tanti protocolli d'intesa. Su un primo tavolo, l'organizzazione delle Nazioni unite che tutela la cultura e il Mibac si sono impegnati a condividere il programma di interventi per il recupero di Pompei e a individuare i criteri che regoleranno il sostegno privato. Una lista dettagliata di azioni concrete da effettuare entro il 2013. «Qualora ciò non avvenisse - spiega Francesco Caruso, consigliere speciale dell'Unesco - Pompei verrà considerata "in danger"». Su un secondo tavolo, Unindustria Napoli, Acen e Regione Campania hanno redatto una lettera d'intenti per il rilancio dell'area extra moenia degli scavi. Perché la scommessa più grande è recuperare l'area archeologica riqualificando il contesto degradato che le sorge intorno.