Sono passati tre anni dalla notte del 6 aprile 2009: quella notte in cui all'Aquila morivano in trecento e otto, mentre a Roma gli sciacalli in colletti bianchi sghignazzavano, pregustando la pioggia di cemento e denaro. Quest'anno il 6 aprile è venerdì santo: ed è giusto così, perché all'Aquila è ancora passione, croce, morte. Di una qualsiasi resurrezione, nessun segno. Anche così, tuttavia, l'Aquila può generare vita. Può, ad esempio, farci capire quanto sia decisivo il rapporto che c'è tra la forma dei luoghi in cui viviamo e la nostra identità, la nostra cultura, la nostra felicità, e perfino la nostra salute fisica. All'Aquila, la Protezione Militare di Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi ha letteralmente deportato ventimila cittadini del centro storico monumentale in diciannove insediamenti chiamati C.A.S.E: complessi antisismici sostenibili ecocompatibili. Si tratta di non-luoghi senza forma: socialmente insostenibili (non hanno centri di aggregazione, né servizi, né identità) e ambientalmente devastanti. In questo sprawl di cemento (che ha distrutto per sempre una gran quantità di terreno agricolo) bambini di tre anni sanno cos'è una C.A.S.A., ma non sanno cos'è una città: futuri non-cittadini, perfetti per la non-società immaginata da Berlusconi. A qualche chilometro di distanza, l'Aquila ha perso la sua forma. Il centro monumentale grande e bellissimo è ancora sventrato, deserto, spettrale. La lenta agonia a cui un'incuria criminale sta condannando la città fatta di chiese, di palazzi, di strade, di piazze e delle più umili case è insieme causa ed immagine dell'agonia della città fatta di persone. E la separazione tra le persone ingabbiate dal cemento e i monumenti abbandonati alla rovina è una sentenza di morte. La Costituzione grida che "la Repubblica tutela il patrimonio storico e artistico della Nazione". E non lo fa per amore del passato: ma perché quel patrimonio è il nostro comune progetto per il futuro. La forma delle città è la forma della nostra cittadinanza: è per questo che salvare l'Aquila è questione di vita o di morte. Per l'Italia, non per l'Aquila.
L'Aquila tre anni dopo: la resurrezione non esiste
La notte del 6 aprile 2009 è stata un momento di grande tragedia per l'Aquila, con la morte di 308 persone. Tre anni dopo, la città è ancora afflitta dalla crisi e il suo centro storico è stato devastato. La Protezione Militare ha deportato 22.000 cittadini del centro storico in 19 insediamenti chiamati C.A.S.E., che sono stati costruiti con cemento e sono socialmente e ambientalmente insostenibili. L'Aquila ha perso la sua forma e il suo centro monumentale è deserto e spettrale. La separazione tra le persone ingabbiate dal cemento e i monumenti abbandonati alla rovina è una sentenza di morte.
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