È pasqua anche per il povero Cristo 'di' Michelangelo, che risorge alla vista degli italiani dopo due anni e due mesi di segregazione nelle chiuse stanze della Soprintendenza di Firenze. A giustificare una così lunga eclissi non sono certo sufficienti la manutenzione e le analisi citate dal comunicato di Cristina Acidini: la quale ha in passato dichiarato che l'opera non veniva esposta a causa di non meglio precisate disposizioni del Ministero per i Beni Culturali. Se le ragioni dell'eclissi rimangono nell'ombra, più chiare sono quelle di questa improvvisa resurrezione: due mesi fa l'atto di citazione con cui la Corte dei Conti ha rinviato a giudizio gli attori dell'acquisto dell'opera lamentava seccamente che «attualmente il crocifisso è collocato in magazzino e non fruibile al pubblico». È dunque impossibile non pensare che, a meno di un mese dall'inizio del processo (che si aprirà a Roma il 10 maggio), si sia ritenuto opportuno alleggerire gli imputati almeno di questa responsabilità. Ed è proprio qua la prima nota stonata nella cerimonia di ieri: e cioè il fatto che officiarla sia stata quella stessa Cristina Acidini a cui lo Stato chiede seicentomila euro «per aver abdicato dalla propria posizione di garanzia circa la correttezza dell'acquisto e il corretto impiego delle risorse del bilancio ministeriale». Ora, è mai possibile che nessuno al Mibac abbia ritenuto inopportuno che fosse proprio un'imputata a maneggiare pubblicamente il corpo del reato? Non sarebbe stato più decoroso e più serio eliminare alla radice ogni dubbio circa il fatto che la politica espositiva del Polo Museale di Firenze sia guidata non da ragioni scientifiche o didattiche, ma dalle convenienze di una strategia difensiva di funzionari a cui è contestato un danno erariale? L'intreccio appare ancora più fitto quando poi si rammenti che l'attuale sottosegretario Roberto Cecchi (rinviato anche lui a giudizio nella stessa vicenda, e per la stessa somma) è stato domenica a Firenze, rilasciando una dichiarazione proprio sul Museo del Bargello. Ma ciò che più colpisce nella mesta esumazione di ieri, è che il clero officiante fosse esattamente lo stesso della primavera del 2004. Allora, il Crocifisso fu presentato al Museo Horne con un saggio dello storico dell'arte Giancarlo Gentilini, e con gli studi dei professori Marco Fioravanti (tecnologo del legno) e Massimo Gulisano (ordinario di anatomia umana). Ad otto anni di distanza, i sostenitori sono gli stessi. Possibile che dopo polemiche feroci, articoli, conferenze, libri e indagini, il Mibac non sia riuscito a schierare nessun nuovo studioso, nessuna idea nuova, nessun argomento nuovo? Possibile, soprattutto, che nessun altro si sia convinto dell'attribuzione a Michelangelo? Una delle contestazioni della Corte dei Conti è che «non è stato avviato il confronto tra gli studiosi». Possibile che nemmeno oggi, ad un passo dal processo, il Mibac si decida ad organizzare non una conferenza stampa con i soliti noti, ma un vero confronto scientifico? Possibile che l'opera non venga posta a confronto con gli altri esemplari eseguiti dalla stessa bottega? Possibile che lo scopo non sia mai quello di cercare la verità, ma solo quello di difendersi? Il peccato originale del cosiddetto 'Michelangelo' è stato soprattutto quello di venir comprato solo sulla parola della cerchia ristretta che ne stilò il catalogo commerciale. Otto anni dopo, la cerchia è sempre quella. E questa resurrezione assomiglia molto ad un boomerang.