La ricetta della presidente di Confcultura: vogliamo far uscire lItalia da un ritardo inammissibile per un Paese col nostro patrimonio Cultura e impresa, binomio impossibile? Mentre un culture team di 12 saggi di tutti i paesi è stato incaricato dal ministro danese per la cultura a rispondere alla domanda «Come arte e cultura possono aiutare a uscire dalla crisi?», in Italia imperversano le guerre di religione. La cultura intesa come bene pubblico fondamentale, e liniziativa privata, sembrano incapaci di entrare in rapporto virtuoso, nonostante abbiano sempre più bisogno luno dellaltro. Ed è per superare questo ritardo, e elaborare nuove idee guida (con un documento da inviare al governo) che nei giorni scorsi la neonata Fondazione industria e cultura, ideata dalla presidente nazionale di Confcultura Patrizia Asproni (Confindustria), ha riunito un think tank a Firenze. Una sorta di Cernobbio culturale «per far uscire lItalia da un ritardo inammissibile». Asproni, come spiega questo gap? Da un lato la cultura trascurata, o a rischio svendita, dallaltro limpresa che sembra assente - vedi lappello del Comune di Firenze agli sponsor caduto nel vuoto - o con limmagine della potenziale corruttrice. Salvo poi che non ci si consegni a National Geographic 'dimenticando lOpificio delle pietre dure... «La ricerca della battaglia di Anghiari è di per sé molto interessante, il problema sono stati i fraintendimenti, significativi del problema più generale: in Italia, nel rapporto fra cultura e impresa privata, manca un sistema di regole chiare valide sempre e per tutti. Ci fosse stato, si sarebbe potuto impostare un percorso condiviso, lOpificio incaricato per la sua competenza, Seracini per le sua capacità di ricerca, e il Comune a fare da cabina di regìa. Col risultato di offrire una visione creativa della cultura, che valorizzasse sia leredità del passato che la ricerca scientifica, senza fare della prima un totem intoccabile e mettendo a frutto entrambe per il bene di tutti». Ammetterà che, visto il panorama desolante della tutela del patrimonio storico, qualche dubbio su certe forme di 'valorizzazione possa venire. «Il problema è una visione dinamica del concetto di eredità culturale, che va ormai legato, come avviene ovunque, a quello di industria creativa. Cioè alla rete di imprese che determina la specifica offerta culturale italiana, e fatta di cultura in senso proprio, ma anche di territorio, paesaggio, artigianato, enogastronomia, accoglienza di qualità, e via dicendo. Non si tratta si sfruttare un giacimento, ma di utilizzarlo secondo criteri di efficacia ed efficienza. E ottenerne così ricadute in termini di occupazione, crescita economica, coesione sociale, integrazione di nuove culture, in una parola di sviluppo». Ma perché in Italia è difficile trovare sponsor, o, se si trovano, dietro a un accordo cè spesso qualcosa che non funziona? «Limpresa per farsi avanti ha bisogno di segnali comprensibili, di un quadro normativo certo, di obiettivi chiari. Di qualunque progetto si tratti, un restauro, un acquisto, una ristrutturazione, una mostra, un progetto di ricerca. Nessuno dà i suoi soldi per qualcosa di indistinto e messo a rischio da iter burocratici lunghi e incomprensibili. Il privato non va considerato un bancomat o come controparte, e nemmeno come un soggetto a cui far fare tutto, come negli Usa. La parola chiave è partnership, cogestione dei processi, ognuno nel suo ruolo, col pubblico che garantisce correttezza e trasparenza».