Umberto Broccoli Sovraintendente ai Beni culturali del Comune di Roma "I monumenti antichi svetteranno nella loro prisca solitudine». Più o meno questo era il concetto guida alla base degli interventi sui monumenti storici durante il fascismo. Era il momento in cui si scriveva la legge del 1939, legge ancora largamente applicata per la tutela dei nostri beni culturali, legge costantemente invocata quando si parla di tutela e salvaguardia del nostro patrimonio artistico. Da questa impostazione culturale è nata la consuetudine di immaginare i monumenti antichi solitari. Monumenti silenziosamente svettanti nel paesaggio urbano. Il che certamente restituisce emozioni, ma non la storia di quei monumenti antichi, da sempre circondati dalla vita in tutte le sue manifestazioni e contraddizioni. Se, per esempio, volessimo immaginare quella vita nello spazio attorno al Colosseo duemila anni fa, dovremmo pensare ad una folla umana, variopinta, vociante, confusionaria. Parola di Ammiano Marcellino, storico del IV secolo dopo Cristo, sia pur riferita al Circo Massimo. «Per loro il Circo Massimo è insieme tempio e casa, luogo di riunione e realizzazione dei desideri. Si ammassano nelle piazze, agli incroci, nelle strade e discutono animatamente di questo o di quel partito. Quelli che si avvicinano alla fine della vita e hanno quindi più autorità urlano più degli altri, indicano i capelli bianchi e le rughe, sostenendo che lo stato crollerà se alla prossima curva il conducente su cui hanno scommesso non verrà fuori per primo. Quando arriva finalmente il giorno delle corse, tutti si affrettano verso il circo, prima ancora che sorga il sole ... Molti passano le notti senza chiudere occhio, pieni di ansia per il risultato delle corse». Quindi una tempesta di voci, colori, odori, suoni, con gente accalcata, a farsi largo tra la folla. E, inevitabilmente, ai margini della folla, una folla di persone ai margini della legge: ambulanti, scommettitori, piccoli impresari, tifosi, vecchi atleti, cambiavalute, venditori di tutto con postazioni improvvisate, e così via. Non era consigliato passeggiare in quelle zone: là bivaccava «la peggiore feccia del circo», tanto per usare un'altra espressione arrivata direttamente dal mondo antico. Spesso il potere reclutava proprio qui, tra questa gente, picchiatori e delinquenti vari da usare contro qualcosa o contro qualcuno. Non stupisce, allora, il legame diretto della parola «fornici» con il «fornicare», una delle funzioni ufficiose delle arcate del Colosseo. E al Colosseo si vedeva di tutto, fin dai tempi di Vespasiano e Tito. E ci sarebbe stato di tutto nei secoli a venire, quando quei fornici vennero trasformati in case di abitazione, officine, ricoveri, cave di materiali, via via fino alla funzione (sempre ufficiosa) del Colosseo come spartitraffico gigantesco una cinquantina di anni orsono. Nessuna «prisca solitudine» evocata dalla cultura del ventennio, ma una confusione informe, ben al di là del legittimo. Oggi si dice ripetutamente: è necessario mettere ordine. È evidente. Ma credo lo si debba fare superando la cultura del «no», del divieto richiamato ripercorrendo la storia dei vincoli non rispettati: un affollamento di vincoli non rispettati indica spesso come questi siano fuori dal tempo e dalle consuetudini. Ricordo una vicenda analoga, nella metà degli anni Ottanta. Accanto al santuario di Mont Saint Michel in Normandia era il caos: bancarelle, ambulanti, abusivi, venditori vari di ricordi assieme ad uno strascico di polemiche sulla occupazione illecita del luogo. Nella polemica si fece largo l'opinione di Jacques Le Goff: «Attenzione, probabilmente era così anche nel medioevo». Di conseguenza, si cercò una via. Così come la si dovrà trovare per il Colosseo e per tutti gli spazi pubblici nati tali e che tali devono rimanere. Nel rispetto delle regole, d'accordo: purché queste siano efficaci, intelligenti, condivise e non brandite come clave per non fare, cristallizzare, mummificare. Quindi, dialogando, guardando avanti, prendendo atto della storia, e delle trasformazioni della società: è passato del tempo dalla «prisca solitudine». Bisogna trovare soluzioni al problema e non problemi alle soluzioni.
Colosseo da sempre tempesta di voci, non condanniamolo al silenzio
Il testo discute la tutela dei monumenti storici, come il Colosseo, e la necessità di superare la cultura del "no" e del divieto. L'autore sostiene che la prisca solitudine evocata dalla cultura del ventennio fascista è stata sostituita da una confusione informe, ben al di là del legittimo, e che è necessario mettere ordine senza cristallizzare o mummificare le soluzioni. L'autore ricorda la storia del santuario di Mont Saint Michel in Normandia, dove un affollamento di vincoli non rispettati indicava che questi erano fuori dal tempo e dalle consuetudini. Si consiglia di dialogare, guardare avanti e prendere atto della storia e delle trasformazioni della società per trovare soluzioni efficaci e intelligenti.
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