«Vestivamo sempre alla marinara: blu dinverno, bianca e blu a mezza stagione e bianca in estate. Per pranzo ci mettevamo il vestito elegante e le calze di seta corte. Mio fratello Gianni si metteva unaltra marinara» (Susanna Agnelli «Vestivamo alla marinara»). La vendita della casa di corso Matteotti quella di «Vestivamo alla marinara», è stata annunciata da tempo come, daltra parte, quella della villa, tra via Giacosa e corso Massimo DAzeglio, che fu la dimora del nonno-fondatore, venne occupata il 26 aprile 1945 dai partigiani guidati da Alberto Bianco e Giorgio Bocca e diventò, infine, la sede della Fondazione Agnelli. Non appartiene più da decenni alla Famiglia, invece, quel Palazzo dAzeglio che ospitò, a cavallo della Seconda guerra mondiale, laltro ramo degli Agnelli: quello dei Nasi, anchesso provato come il primo da lutti precoci e dalle cause civili che il senatore Giovanni Agnelli intentò ai genitori superstiti per sottrarre loro la potestà sui suoi giovanissimi nipoti. In corso Marconi, invece, i due palazzi che ospitarono la direzione della Fiat negli anni felici del boom economico e poi in quelli caldi della contestazione, hanno visto ammainare da molti anni la bandiera della casa automobilistica e sono diventati due palazzoni (neppure troppo belli) per appartamenti e uffici. La rivoluzione delle planimetrie, dicono, ha stravolto anche il piano e il lato che ospitava la grande stanza dellAvvocato. Chi poi avesse la pazienza di raggiungere corso Dante, dove le officine Fiat vissero il loro ormai lontanissimo esordio, scoprirebbe che quel sito storico per larcheologia industriale italiana è oggi una grande voragine destinata a ospitare un nuovo, piccolo "quartiere" di cemento armato e appartamenti a pochi metri dal Valentino, già ampiamente contestato dai residenti del ben più grande quartiere che, lì intorno, sorse proprio assieme ai primi stabilimenti del marchio automobilistico. Inglobata nel futuro centro residenziale, ecco poi la palazzina dellinizio del Novecento di corso Massimo dAzeglio, a lungo utilizzata dalle associazioni degli ex dirigenti ed ex dipendenti (con tanto di cappella interna per le funzioni religiose): restaurata, è stata inaugurata qualche settimana fa, con grande clamore mediatico, come nuova sede della Sepin, la società che si occupa degli aspetti medici e ambulatoriali per i dipendenti del gruppo. In realtà, basta gettare uno sguardo allimponenza della sede precedente, il grande palazzo alle spalle della Stampa, per comprendere come qualsiasi tentativo di far indicare quel trasferimento come un segno tangibile del futuro impegno della Famiglia e dellazienda a Torino, appaia abbastanza ridicolo. Lo stesso "quotidiano di famiglia", nelle prossime settimane, lascerà lo stabilimento e gli uffici di via Marenco, con vista sul Po, per una sede in affitto alle spalle di via Nizza, con vista sui binari della ferrovia. Il racconto del lento abbandono di Torino da parte del ramo Elkann della famiglia Agnelli e dellazienda automobilistica che, grazie al pacchetto della società "Dicembre", gli stessi Elkann continuano (per il momento) a controllare, potrebbe proseguire ancora, trovando in altri luoghi le sue malinconiche testimonianze. Soprattutto se, dalle case di famiglia e dagli edifici storici della dinastia, lattenzione si spostasse solo sulle strutture produttive, a cominciare da quella Mirafiori ancora recintata da un inviolabile muro, ma che agli sguardi più attenti rivela già ben visibili i segni del degrado e della dismissione di una parte importante dei suoi impianti (e come potrebbe essere altrimenti, nel fabbricone della cassa integrazione ripetuta e dei nuovi modelli prima promessi, poi ritirati, poi ancora resuscitati, in una girandola senza fine di annunci e di smentite?). La consapevolezza della caduta di un impero, per dirla alla Salgari, è qualcosa di più di una sensazione e va ben oltre gli stessi tentativi che ciascuno (nelle sue diverse responsabilità e aspettative) prova a mettere in campo ogni volta, per non riconoscere la realtà: «Mirafiori non chiude, gli Agnelli non se ne andranno». Ma tutto pare già essere accaduto, invece, almeno nelle magioni storiche e negli stabilimenti-simbolo della Famiglia e dellazienda, al di là e al di sopra del gioco delle docce scozzesi che Sergio Marchionne ha avviato, da due anni, per preparare limmagine di una Fiat "esodata", come direbbero i "tecnici" delle nuove relazioni industriali italiane. Così, resiste lultimo feticcio sulla collina torinese: quella Villa Frescot dove le mosse dellAvvocato si intuivano ogni volta che un elicottero si levava o atterrava. Ma un elicottero, è bene saperlo, può fare le stesse cose sul tetto di un palazzo di New York, di Parigi o anche solo di Milano.