Era una quadreria distribuita in più case e grazie alla passione di più persone Un repertorio che traccia un filo particolare nella parabola del paesaggismo Le gesta risorgimentali di Giovanni del Greco narrate con (disincantato) piglio garibaldino da Giovanni Fattori, a anni di distanza dalla impresa dei Mille, non possono distogliere lattenzione dal cuore della pittura dei macchiaioli, dal punto più profondo dellarte del maestro livornese e dei suoi numerosi, longevi seguaci: la natura. Vissuta e dipinta dal vero. Il paesaggio toscano è il protagonista della raccolta fiorentina iniziata da Giovanni del Greco e proseguita dai suoi eredi nel segno della tradizione della "macchia". Non la collezione di una famiglia. Ma una quadreria distribuita in diverse case e cresciuta grazie alla passione di tante persone. Ora questa raccolta "in multiproprietà" esce dalle mura domestiche e viene riunita per la prima volta nella mostra "Da Fattori al Novecento. Opere inedite dalla collezione Roster, del Greco, Olschki", aperta da oggi al 4 novembre a Villa Bardini a Firenze. Promossa dalla Cassa di Risparmio di Firenze e curata da Francesca Dini con Alessandra Rapisardi, lesposizione propone un centinaio di dipinti (circa due terzi dellintera raccolta) ma anche una sessantina di foto mai viste che accompagnano riproduzioni dei quadri e testi pure nel catalogo pubblicato dalla casa editrice Leo S. Olschki (194 pagine, 34 euro). Si tratta di un repertorio di immagini che traccia un filo particolare nella parabola della pittura di paesaggio a Firenze: dal vedutismo dantan al naturalismo dellOttocento fino alla sintesi dimpronta secessionista del secolo successivo. Ma incrociando il consistente corpus di opere, in particolare, di tre pittori diversi per storia e importanza (oltre a Fattori, Giovanni Mochi e Llewelyn Lloyd), con la vita e il gusto dei collezionisti che li incontrarono, cercarono, ammirarono: innanzitutto, il medico condotto e primario di Santa Maria Nuova, il patriota e massone Giovanni del Greco; poi suo genero e collega, il ginecologo Alessandro Roster, marito di Emma e protagonista della maggior parte degli acquisti che hanno portato alla formazione dellarticolata quadreria di famiglia, oltreché di unattività a sostegno del volontariato e della maternità delle classi più povere; infine, ma non ultime, le figlie di Alessandro ed Emma, Renata e Rita, andate in sposa a Giuseppe Rapisardi e ad Aldo Olschki, che, insieme con i loro discendenti, hanno via via rimpolpato il tesoro pittorico dei loro avi andando a ripescare quadri finiti sul mercato degli antiquari ma, soprattutto, hanno portato in dote le amate spiagge e i porti dellisola dellElba, così come li ha immortalati Lloyd nei primi decenni del Novecento. Divisa in cinque sezioni, la mostra sulla lunga stagione della "macchia" (oltre a quadri di Odoardo Borrani, Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Giuseppe Abbati, Vito dAncona la raccolta contempla, tra laltro, opere degli allievi di Fattori allAccademia: Cesare Ciani, Ruggero Panerai, Plinio Nomellini) si apre con quelli che Francesca Dini giustamente virgoletta come "precursori" dei Macchiaioli. Ma che solo lontani dalla svolta pittorica operata negli anni Sessanta nei ritrovi di Castiglioncello, della Piagentina e del caffè Michelangiolo. Si tratta delle vedute di Emilio Burci o di Giuseppe Moricci che colgono gli ultimi attimi della dinastia dei Lorena. Basti confrontare i quadri di padre e figlio, Giovanni e Telemaco Signorini, il primo descrittivo e folkloristico nel Palio dei cocchi del 1844, laltro tutto sintetico e realista nellassolata strada di Settignano. Il quadro successivo è il bozzetto di Stefano Ussi per La cacciata del duca dAtene ora a Palazzo Pitti, un dipinto di storia capace di diventare cronaca nel riferimento alla "rivoluzione di velluto" che portò Leopoldo II a lasciare Firenze. Democratico, anticlericale, "legato allala radicale, repubblicana, della sinistra fiorentina", Giovanni del Greco (1841-1918) nel 1888 volle celebrare la sua giovinezza risorgimentale con il libro Ricordo di un garibaldino che, oltre alle sue memorie, contiene le immagini dei quadri di Fattori. In mostra sono esposte tre tele di quella serie, tre opere di grande formato raffiguranti altrettante gesta del medico fiorentino a Bezzecca, a San Martino e in Sicilia nel 1860. E resta anche una lettera di Fattori che nel settembre del 1880 scrive e rivela a Diego Martelli: «E vedi che non posso fare a meno di fare quattrini, cioè a dire di fare questi quadretti a Nanni Delgreco». Ci penserà il genero di "Nanni", Alessandro Roster, ad arricchire la collezione con un Fattori davanguardia, un Fattori allora misconosciuto rispetto a quello celebre per le sue, pur antiretoriche e verissime scene di vita militare; il Fattori paesaggista dai pochi sintetici tocchi su tavolette di legno non preparate, come Viale delle Cascine. Il piccolo dipinto fu acquistato nel 1913 tramite la mediazione di Mario Galli, scultore, mercante e anche lui collezionista, soprattutto - sottolinea Francesca Dini - amico dei Macchiaioli: e si deve a Galli lentrata nella collezione di Rosten del Bargello (Interno) del 1866 dipinto da Odoardo Borrani e "regalato - si legge sulla tavola - al mio maestro Giovanni Fattori". Tredici i dipinti che compongono la sezione dedicata al fiorentino Giovanni Mochi che, prima di trovare successo in Cile, dove morirà nel 1893, ebbe modo di soggiornare a Parigi nel 1873, un anno prima della mostra degli impressionisti da Nadar, rimanendo colpito da temi e atmosfere en-plein-air, come nella Famiglia del pittore. Pittore della vita moderna è anche il tardo macchiaiolo Ruggero Panerai, che con Roster condivideva la passione per il cicloturismo e che Sul traghetto colse probabilmente un momento del viaggio verso lElba. Se i quadri degli anni Settanta di Eugenio Cecconi ci portano alle Cascine, ossia alle case di Martelli a Castiglioncello e in alcuni luoghi della Maremma, è con Oscar Ghiglia, Ulvi Liegi e Llewelyn Loyd che la collezione, grazie alle scelte dei Rapisardi e degli Olschki, approda "via mare" al Novecento. E lo fa attraverso la Barca alla Marciana, Lo scoglio della Paolina, il Golfo di Procchio e altri luoghi dellElba frequentati da Loyd (1879-1949) dopo lesperienza divisionista in Liguria (Vaporetto a Lerici, 1903). Anche in questo caso si tratta di paesaggi non intesi come "foto ricordo" per gli autori di un rinnovato, episodico Grand Tour. Ma di interpretazioni, quanto più vicine possibili ai nuovi accordi cromatici del primo e secondo decennio del secolo, tra secessionismo e fauve, di luoghi lungamente frequentati e intensamente vissuti. In unidentificazione totale e condivisa tra lesperienza solitaria dellartista e la vita del suo collezionista.