In Italia si riesce a sapere con precisione «il numero di capi ovini presenti (per chi fosse interessato 6.790.055)». Ma quello dei lavoratori del settore beni culturali è assai più incerto. Ecco allora il via a «un censimento on line che è rivolto a donne e a uomini, ma che parte dalle donne perché rappresentano l'80 del lavoro nella cultura e quindi ne caratterizzano ed esemplificano bene le condizioni di salute, le principali difficoltà e l'enorme potenzialità» spiega il Coordinamento "Donne in bilico per la cultura", promosso dalla Fillea Cgil. «L'80 degli operatori del settore del beni culturali è donna, con un'età media di 32,4 anni e un'alta scolarità. E si trova a lavorare in una condizione di precarietà, sfruttamento e rischi per la salute sul luogo di lavoro» spiega il sindacato. Secondo cui «cala il numero di assunzioni con contratti di lavoro dipendente e sono in progressivo aumento il lavoro autonomo e parasubordinato (più del 52)». «Quotidianamente, nell'attività sindacale - si osserva- rileviamo che si tratta di falsi lavoratori autonomi e parasubordinati, utili solo ad abbattere drasticamente il costo del lavoro ma non a garantire ai lavoratori i diritti e le tutele dovuti». Una situazione che porta a «mancata applicazione contrattuale adeguata e sottoinquadramento che non giovano al sistema di salute e sicurezza né tanto meno sono garanzia per la qualità del lavoro svolto». E allora «l'obiettivo è abbinare alla cultura - dice Serena Morello, responsabile Restauro per la Fillea Cgil - anche le parole economia e lavoro. Vogliamo arrivare a una quantificazione delle professionalità, che sono tante e alte, presenti nel settore. Questo per poter programmare gli investimenti nel settore e organizzare le risorse a disposizione». Perché con la cultura si deve anche poter mangiare, in un paese come l'Italia.