Mai più torri e grattacieli a due passi dal mare di Jesolo. Nemmeno una palazzina oltre i dieci piani si potrà più costruire lungo la spiaggia più celebre del Veneto, o almeno, non al di là del confine ideale di via Bafile. La Corte costituzionale, dopo un contenzioso infinito, ha infatti dato ragione alla soprintendenza di Venezia: non si possono costruire edifici sopra gli otto piani lungo il litorale nella cosiddetta «fascia di vincolo dei 300 metri» ed ogni intervento, fossero anche le ventole dell'aria condizionata affisse sui balconi, deve ottenere prima della realizzazione il via libera paesaggistico. Dopo almeno sette anni di braccio di ferro tra amministrazione comunale e soprintendenza, con ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato e persino una norma scritta ad hoc dalla Regione per permettere a Jesolo di continuare a costruire, i «giudici delle leggi» hanno finalmente fatto chiarezza. E ora il Comune si ritrova con una bella grana da risolvere, per di più nel bel mezzo della campagna elettorale. La sentenza della Corte non riguarda infatti solo il futuro: anche le vecchie costruzioni, in base alla sentenza, risultano ad oggi «abusive». Significa cioè che ci sono almeno 400 tra piccoli e medi interventi ufficialmente fuorilegge, che dovranno essere sistemati in accordo con i tutori del paesaggio e dei monumenti. «Da due anni a questa parte (dalla sentenza del Consiglio di Stato, ndr.) abbiamo iniziato a mandare tutte le pratiche in soprintendenza - spiega il sindaco Francesco Calzavara - stiamo affrontando uno a uno i vecchi interventi per trovare una soluzione adeguata». Il futuro di una Jesolo riqualificata e rinnovata con grattacieli avvenieristici modello Dubai sulla spiaggia va però in pensione per sempre. «Sacrificando qualche torre stiamo ridando comunque un nuovo volto alla città - continua il primo cittadino -, stiamo rivedendo i progetti con qualche revisione dei volumi e altezze massime di 8 o 9 piani». Inoltre, grazie al «caso Jesolo», su cui appunto la soprintendenza veneziana si è impuntata dal 2005 in poi, si fa chiarezza una volta per tutte sulle edificazioni lungo le coste del litorale italiano. Le sentenze delle Corte costituzionale hanno valore nazionale, travalicano cioè i confini jesolani e impongono che si intervenga ad esempio ad Amalfi dove i casi di abusivismo sono ben più eclatanti di quelli registrati a queste latitudini. A Jesolo tutto è nato quando palazzo Ducale, sede della soprintendenza di Venezia e litorale, si è mosso per verificare la regolarità delle 5 torri approvate dal Comune nell'ottica della «ricomposizione verticale di Jesolo» pensata, per conto del Comune, nel master plan del giapponese Kenzo Tange e che prevedeva tre zone di sviluppo: la pineta con il verde e nuove torri, la portualità e la residenzialità stabile tra Jesolo paese e piazza Drago. La soprintendenza ha deciso di non dare il via libera all'operazione e ha iniziato ad acquisire tutte le pratiche edilizie arrivando a un faldone di circa 400 documenti che comprendono, ad esempio, anche lo storico locale de divertimento estivo «Terrazza-mare». Le vittorie prima al Tar e poi al Consiglio di Stato hanno imposto un dietrofront a Jesolo. E appunto oggi il suo sindaco non difende più le torri ma solo «lo sviluppo urbanistico della cittadina». Tra il Comune e la soprintendenza si è messa di mezzo la Regione che nel maggio del 2011 ha approvato un articolo di legge per sancire l'edificabilità di quel tratto di litorale. La norma è stata impugnata e il 19 marzo la Corte costituzionale ne ha dichiarato l'illegittimità perché «assimilare aree vincolate a quelle non vincolate è legislazione di competenza statale».