L'altro ieri pomeriggio alle 18 io e la mia compagna eravamo gli unici due visitatori presenti nel museo Madre di via Settembrini. Non che io abbia organizzato l'affitto di un intero stabile dedicato all'arte contemporanea per farle una sorpresa. La verità è molto più semplice: i tre piani del palazzo Donnaregina bellissimo erano a nostra completa disposizione perché il museo non aveva altri visitatori. Tanto per fare qualche paragone con altre istituzioni culturali italiane dedicate all'arte contemporanea, martedì scorso al Mart, il museo di Rovereto, c'erano 429 visitatori. Al Castello Rivoli di Torino ce n'erano 551, eppure quello piemontese è un avamposto frontaliero della cultura neppure tanto comodo da raggiungere. Al Madre, dicevo, eravamo in due. Confesso di aver chiesto alla biglietteria se ci fossero delle agevolazioni per i giornalisti sul ticket d'ingresso. Lo chiedo sempre in ogni museo che visito. Ma non nego che al Madre quella richiesta ha portato inevitabilmente con sé una specie di senso di colpa, quasi che stessi per dare il colpo di grazia ad un corpo morente. Ma la risposta del giovanotto alla cassa, gentile e molto sorridente è stata di quelle che assolvono da ogni scrupolo: 41, ci sono, ma oggi si entra gratis, come ogni lunedì». Inizia la visita. Nessuna fila all'ascensore. Che vantaggio! Le porte si sono aperte al primo piano dove ad accoglierci c'era una gradevole assistente di sala i cui tacchi, però, hanno rimbombato su quella formica legno chiaro che sembra parquet durante tutto il tempo della nostra permanenza nelle sale. Prima da vicino, poi come un'eco lontana a testimoniare che nei minuti del primo tour nessun'altra persona si è affacciata. Eccoci di nuovo davanti all'ascensore per una visita al piano secondo. Qui l'accoglienza di un'altra assistente di sala questa volta con più adatte suole gommate che ci ha indicato il percorso tra ciò che resta di un glorioso allestimento: Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Robert Rauschenberg, Roy Lichtenstein etc. etc. L'arte contemporanea, si sa, va presa per quello che è. Piace o non piace, evoca o non evoca, suggerisce o ti lascia perplesso. Non ho nessuna intenzione di entrare nel meri to della «questione universale», voglio solo raccontare però che l'arte contemporanea può giocarti brutti scherzi. Sempre al secondo piano, in una stanzona vuota, c'era una scala in alluminio quasi accostata al muro. Mi fermo, la guardo, resto in silenzio. Sarà arte contemporanea oppure l'utensile di un manutentore che ha lasciato il lavoro a metà? Per non avventurarmi in improbabili spiegazioni millantando conoscenze artistiche non possedute, decido di tirare avanti. Ecco un'altra sala. Bianca. Vuota. Con un'altra insidia. Al centro di una parete in cartongesso c'è un buco grande quanto il palmo di una mano. Al centro di questo buco c'è un chiodo semiconficcato nel cartongesso. Mi avvicino, accosto gli occhi al buco e scorgo oltre le finestre un balconcino con panni stesi ad asciugare. Mi assale un altro dubbio. Opera contemporanea pure questa o foro lasciato da un'installazione che al pari di altre ha ripreso la via di casa dell'artista proprietario? Certo la suggestione di avventurarmi in una spiegazione visuale-concettuale è fortissima. La coincidenza di quel foro con la vista oltre il buco dei panni stesi ad asciugare, il contrasto di quei coloratissimi strofinacci a cuoricino con il bianco severo delle pareti del museo, rimanda ad un pensiero «forte»: ecco, ho pensato ma per fortuna senza dirlo, l'artista qui ha voluto lasciar scorgere un tratto della Napoli che ama e che rappresenta attraverso questo foro. Per fortuna ho taciuto. Un'altra assistente di salami ha confermato con gli occhi intuendo la mia domanda che foro e chiodo erano solo ciò che è rimasto di un'opera portata via. Altro giro in ascensore. Terzo piano. Prima di iniziare il tour tra le opere di Fausto Melotti (visitabili fino al 9 aprile), ho pensato di appoggiarmi al davanzale di una di quelle grandi finestre che restituiscono l'imponenza del palazzo-museo. Ma mentre tiravo il fiato (la visita in un museo, sebbene deserto, è sempre faticosa), sono stato attraversato da un brivido. Davanti ai miei occhi le scene cult del film «Dove vai in vacanza» di e con Alberto Sordi. In quella pellicola del 1978 (e dunque agli inizi del dibattito sull'arte contemporanea) Alberto Sordi interpreta il fruttivendolo Remo che con la moglie Augusta visita la Biennale di Venezia. La signora scoppia in lacrime quando seduta su una sedia la scambiano per un'opera d'arte contemporanea. ll marito la consolerà con due carezze e una spaghettata verace a Roma. Io per non fare la fine di Augusta nel museo deserto, ho guadagnato l'uscita di corsa. Lasciandomi alle spalle l'ansia e un museo tristissimo.
NAPOLI - Madre. Museo in agonia
Il testatore e la sua compagna visitano il museo Madre di Napoli il lunedì, giorno in cui l'ingresso è gratuito. Sono gli unici due visitatori presenti nel museo, che ha a disposizione i tre piani del palazzo Donnaregina. L'assistente di sala li accoglie e li guida attraverso le opere d'arte contemporanea, tra cui quelle di Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto e Robert Rauschenberg. Il testatore si sente a disagio quando vede un foro con un chiodo nel cartongesso e un'altra stanza vuota con un buco e un chiodo, ma l'assistente di sala gli spiega che queste opere sono state portate via.
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