Il settore può aiutare a combattere la crisi: per ogni euro investito cè un ritorno di sette euro E questo segmento delleconomia corre a una velocità 10 volte superiore alla media nazionale A dispetto del taglio dei fondi per la manutenzione del patrimonio artistico e delle aree protette, questi restano delle risorse per il nostro Paese Nelle terre di Gomorra don Antonio Loffredo, parroco di Santa Maria della Sanità, ha dato lavoro a 30 ragazzi trasformando il problema del restauro delle catacombe di San Gennaro in unopportunità. In Calabria la cooperativa Lupia ha portato centinaia di visitatori nelle Valli Cupe, ai piedi della Sila Piccola, uno straordinario sito naturalistico che rischiava di finire vittima delle discariche pirata. Sono due esempi di unItalia che sa utilizzare il suo patrimonio artistico e naturale per produrre reddito e occupazione in tempo di crisi. Li cita Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fai (Fondo ambiente italiano) in un libro appena uscito "Per unItalia possibile: la cultura salverà il nostro Paese?". Una domanda tuttaltro che retorica perché la somma dei molti esempi positivi citati non fa una politica di sviluppo. I numeri complessivi sono da brivido. Il paese che per secoli è stato la meta obbligata del Grand Tour dei viaggiatori europei - e che conserva ancora 8.500 centri storici, 12.300 biblioteche e 4.300 musei - da 40 anni continua a perdere quote di turisti. Nel 2010 gli stranieri che hanno visitato lItalia sono stati 44 milioni contro i 54 milioni registrati in Germania e i 79 in Francia. «I nostri concorrenti si presentano sul mercato turistico proponendo un sistema paese basato su una promozione coerente e su infrastrutture che funzionano, da noi ogni regione cerca una sua scorciatoia», ricorda la presidente del Fai. «E, una volta che i turisti arrivano, trovano enormi difficoltà nel raggiungere molti dei luoghi più interessanti dal punto di vista artistico e paesaggistico perché metà del nostro sistema ferroviario è antiquata». Né più incoraggianti appaiono la progressiva crescita della cementificazione e la decrescita dei fondi per i Beni culturali e per il ministero dellAmbiente. I numeri sul consumo di suolo sono impressionanti: è stato 37 volte maggiore dellincremento della popolazione e le nuove costruzioni hanno un aumento del 13,45 per cento superiore a quello dei nuclei familiari. Mentre il paesaggio viene eroso dallavanzare disordinato delle periferie e dei capannoni, si riducono gli investimenti per la manutenzione del patrimonio artistico e del sistema delle aree protette. Dal 2008 a oggi i fondi per il ministero dei Beni culturali sono scesi del 23 per cento e il sistema dei parchi è stato più volte sullorlo del default. Se però, come ha fatto una ricerca della Fondazione Symbola e di Unioncamere, si prova a pesare leffetto positivo creato dallinsieme dei beni culturali si scopre che vale il 5 per cento del Pil e dà lavoro a un milione e mezzo di persone. È un segmento delleconomia che si muove a una velocità dieci volte superiore rispetto alla media nazionale: nel triennio nero 2007-2010 la crescita del valore aggiunto delle imprese del settore della cultura è stata del 3 per cento, a fronte di una crescita complessiva dello 0,3 per cento. Aggiungendo il peso di altri settori della green economy come le fonti rinnovabili (che valgono l1 per cento del Pil) e il riciclo dei materiali (che solo nel settore degli imballaggi ha consentito un taglio dei costi di smaltimento pari a oltre 3 miliardi di euro in 10 anni) si ottiene il quadro di una macchina economica che potrebbe aiutarci a uscire dalla crisi. «Per ogni euro investito in cultura cè un ritorno di 7 euro», aggiunge Ilaria Borletti Buitoni. «È il dato da cui si può partire per immaginare una soluzione. Da una parte porre un freno alla caduta di interesse da parte dello Stato. Dallaltra assegnare un ruolo meglio definito al terzo settore e alle organizzazioni no profit. Noi del Fai gestiamo i beni che ci sono stati affidati riuscendo a coprire il 70 per cento dei costi con gli introiti dei visitatori e degli eventi, una struttura pubblica ha oneri diversi e difficilmente arriva al 35 per cento».