Riceviamo e pubblichiamo questo intervento di Fulvio Cervini sulla clamorosa chiusura della Galleria Sabauda di Torino: Il 18 marzo 2012 la Galleria Sabauda di Torino ha chiuso. A pezzi. Nell'indifferenza generale. In un Paese civile, parole dolenti e pesanti come quelle pronunciate da Enrico Castelnuovo e Giovanni Romano domenica scorsa in Sabauda, e riportate da un bell'articolo di Raphael Zanotti uscito l'indomani su "La Stampa", avrebbero suscitato un largo e immediato dibattito tra giornali, televisioni, web e social network. La politica e la società civile si sarebbero mobilitate, e i più alti dirigenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali se non il ministro in persona avrebbero subito spiegato in pubblico come mai i dipinti più delicati e preziosi di una delle più importanti pinacoteche statali della nazione vadano letteralmente squagliandosi a vista d'occhio senza che nessuno, altrettanto letteralmente, muova un dito. Invece nulla di tutto questo è accaduto. Anzi. In un Paese civile, l'impianto di climatizzazione di un museo di questo livello sarebbe stato riparato al massimo entro ventiquattr'ore dal guasto, perché sarebbe parso intollerabile privare opere così fragili, anche per un tempo brevissimo, delle condizioni indispensabili alla loro salvaguardia. Domenica nelle sale dei primitivi piemontesi in Sabauda c'erano punte di 27 gradi abbondanti di temperatura col 22 di umidità. Un clima devastante per la salute delle tavole del Quattro e Cinquecento, come sa il più scarso dei miei studenti e come constatavano anche i visitatori più sprovveduti, che vedevano le opere danneggiarsi in tempo reale. Forse non lo sanno i dirigenti cui il Mibac ha affidato la tutela della Galleria, cioè il Soprintendente Edith Gabrielli e il Direttore Regionale Mario Turetta, evidentemente presi da questioni ben più importanti e urgenti della loro ragion d'essere al mondo, che sarebbe poi la difesa del patrimonio artistico italiano. L'impianto di climatizzazione della Sabauda è infatti impazzito da parecchi mesi; ma incredibilmente nulla è stato fatto per rimetterlo in sesto, nonostante le ripetute segnalazioni dei restauratori e dei funzionari della Soprintendenza. Magari si è pensato che la riparazione sarebbe stata superflua, visto che il museo è in procinto di essere riallestito nella Manica Nuova di Palazzo Reale. Ma spostare collezioni di questa complessità e delicatezza è cosa lunga e complicata. Solo una selezione dei dipinti in prevalenza tele, a quanto pare verrà presentata in anteprima a Palazzo Reale, dal 5 aprile. Il resto sarà gradualmente sistemato in depositi ricavati nella Cavallerizza Reale e nel Castello di Moncalieri. Finché tale resto rimarrà nel Palazzo dell'Accademia delle Scienze senza climatizzatore, continuerà a rovinarsi; e la rovina proseguirà se Cavallerizza e Moncalieri non verranno attrezzati con impianti di climatizzazione fatti e funzionanti a regola d'arte. Siccome in entrambi i luoghi devono ancora terminare i lavori di adeguamento degli ambienti,i tempi del trasloco di stanno allungando a insostenibile dismisura. E in ogni caso non è pensabile depositarvi decine e decine di opere a pezzi, che richiedono urgentissimi interventi di restauro. Più il tempo passa, più la collezione andrà disintegrandosi. Ne è già passato, per gli standard conservativi, un'eternità. Il minimo che ora si possa chiedere a quei dirigenti è dunque una spiegazione pubblica con assunzione di responsabilità; e una diversa ricettività nei riguardi di quei tecnici di prim'ordine che essi pare non sappiano di avere in casa. Non tutto è perduto, insomma, ma occorre far presto. Forse non è vano ricordare che persino in questa bizzarra Italia l'omissione di atti d'ufficio e il danneggiamento di beni culturali sono ancora reati penali. Il prezzo che stiamo pagando per avere "La Nuova Galleria Sabauda" è assai alto, sia sul piano culturale che meramente economico. Ma nella valutazione dobbiamo mettere la scomparsa di un allestimento quello di Piero Sanpaolesi e Noemi Gabrielli da sempre ritenuto una pietra miliare della museologia italiana del secondo dopoguerra; e i forti condizionamenti dei nuovi spazi (storici solo in senso lato, perché la Sabauda mai è stata a Palazzo Reale), dove a quanto pare il numero delle opere esposte sarà sensibilmente inferiore all'attuale. Se consideriamo che moltissimi dei capolavori più delicati, a cominciare da quei primitivi piemontesi che sono esclusiva e vanto del museo, rimarranno invisibili per mesi e forse anni (e non si capisce da chi e come custoditi e controllati), con l'incognita della mancanza di risorse per terminare la Nuova Galleria in tempi ragionevoli, dovremo convincerci che quel prezzo - il rischio della perdita di quei capolavori non è altissimo, è insostenibile e inaccettabile. Per Torino. Per l'Italia. Per l'umanità intera. Perché quelle opere sono, semplicemente, un patrimonio assoluto di civiltà. Per questo si vorrebbe che con civiltà fossero trattate. Ho lavorato in Soprintendenza a Torino dal 1999 al 2005, e mi ritengo corresponsabile di tutto quel che vi è accaduto in quegli anni, compresa la scelta di spostare la Galleria Sabauda, che trovo discutibile ma ormai non discuto. Anche per esperienza diretta so dunque che a Palazzo Carignano vi sono tuttora professionalità eccellenti dai direttori di museo allo stesso personale di vigilanza, passando per storici, tecnici e amministrativi in una concentrazione di competenza, passione e senso del dovere che credo non si ritrovi in nessuna altra soprintendenza d'Italia. Ma tutti costoro devono essere messi in condizione di lavorare con serenità, nel rispetto e nella decenza. E devono essere guidati da una dirigenza che sia all'altezza loro, all'altezza del ruolo, all'altezza di Torino e della sua missione. Sono allibito e amareggiato nel rilevare come un ufficio che si poteva additare a modello di metodologia e deontologia (e pure di abnegazione) sia stato a tal punto asfaltato e polverizzato che adesso manda a scatafascio le opere che dovrebbe proteggere. Le ricadute di questa caduta avvengono a cascata: pensiamo solo all'imbarazzo con cui funzionari della soprintendenza, d'ora in avanti, potranno dare prescrizioni di restauro e conservazione in giro per il Piemonte. Con presupposti del genere, non c'è azione di tutela territoriale che abbia un minimo di credibilità. Di solito si dice che chi sbaglia deve pagare. Ma in questi casi non ha senso neppure presentare il conto: il danno economico, ma soprattutto culturale e umano - è incalcolabile. Sull'allestimento di una mostra o di un museo si può discutere allo sfinimento. Sulla tutela, no. Non si discute, va fatta. Anche perché c'è il rischio di non aver poi niente da mostrare. Una tavola che va in pezzi è una sconfitta. Ma non per un museo. Per una nazione, e una civiltà. Ora persino in Piemonte, che nello sfascio generale era rimasta una delle regioni più toniche al riguardo, sembra stia prevalendo l'irresponsabile indirizzo politico di non fare più tutela ovvero di farla a casaccio, senza la minima cognizione a esclusivo vantaggio di una valorizzazione monetizzabile, tanto velleitaria quanto diseducativa, che prescinde totalmente dal riconoscimento del valore culturale dei beni. I quali, difatti, possono anche andarsene in malora, purché vengano prima spremuti a dovere per confezionare "eventi" che producono consumatori, ma non mai cittadini. Se l'epicentro di questa resa senza condizioni alla barbarie e all'analfabetismo è adesso la Sabauda, i segnali che giungono dal contesto non sono tra i più rassicuranti. L'Autoritratto di Leonardo da Vinci della Biblioteca Reale è stato or ora definito, dai tecnici dell'Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Artistico e Librario (conferenza stampa del 20 marzo, Roma), "un malato grave" che deve essere restaurato e comunque non dovrà essere esposto per almeno due anni. Peccato che questa severa valutazione tecnica giunga dopo che il fragilissimo foglio è rimasto esposto per tre mesi nella Reggia di Venaria in una mostra di infimo spessore scientifico, priva di capo, di coda e di corpo, che non ha aggiunto nulla alla conoscenza di Leonardo ma moltissimo allo stress dell'opera (e del pubblico). O l'opera stava bene, e dunque si è danneggiata in mostra; o l'opera stava male, e dunque non andava mostrata; o stava così così, e allora si sarebbe dovuto valutare con altro scrupolo se valeva la pena farle correre rischi ulteriori per costruirvi attorno un evento farlocco buono solo per una puntata di Voyager. Dopo un veloce restauro (l'evento incombeva) L'Adorazione dei Magi di Giorgio Vasari in Santa Croce a Bosco Marengo, in provincia di Alessandria, è stata presentata a Roma e a Napoli, tra novembre e febbraio, in una mostra celebrativa del centenario vasariano imperniata su questa sola opera e accompagnata da un catalogo di mera compilazione. Tanto sforzo si sarebbe dovuto dispiegare, semmai, non per portare l'opera in tournée ma per portare il pubblico a Bosco Marengo; e dunque per mettere in risalto il rapporto tra l'Adorazione e il suo straordinario contenitore monumentale. Ma, ripeto, di questo si può discutere. Della salute dell'opera, no. La tavola ha viaggiato dentro una gigantesca teca climatizzata (che presumo sia costata ben più dell'intervento di restauro) e vi è rimasta per tutta la durata della mostra. Ma incredibilmente ha compiuto il viaggio di ritorno in una cassa comune, arrivando quando la temperatura esterna era di molti gradi sotto lo zero, e quella interna alla chiesa appena sopra. Temperatura e umidità della teca erano ormai un ricordo. Il contraccolpo termoigrometrico avrebbe potuto avere conseguenze nefaste se la cappella non fosse stata foderata da teli di plastica (trasformandola quindi in una sorta di profilattico architettonico) e non fossero state accese delle stufette per simulare un qualche effetto bue-asinello (non del tutto disdicevole, vista l'iconografia del dipinto). Giusto per fare qualche grado in più e limitare i rischi. L'intraprendenza dei restauratori ha insomma tamponato una approssimazione organizzativa e metodologica che è generoso definire dilettantesca. Mettiamo in conto che parecchie altre delle non meno delicate tavole vasariane di Bosco Marengo sono esposte da qualche mese in un ambiente dell'ex convento, pomposamente battezzato "museo vasariano", dove si paga un biglietto d'ingresso ma non c'è nemmeno un igrometro. I dipinti della Sabauda si stanno perciò sciogliendo in un brodo di (in)coltura molto ben alimentato. Ed è assai triste che il museo abbia chiuso in queste condizioni proprio nel giorno in cui riaprivano in città le Officine Grandi Riparazioni alla presenza di Mario Monti e si concludevano le celebrazioni per l'unità italiana. Un bel modo, non c'è che dire, per onorare un museo che ha concorso in misura rilevante a formare l'identità nazionale, e far tesoro dell'illuminata politica culturale del suo fondatore, Carlo Alberto. Ma è confortante e importante che finalmente l'università e i musei di Torino abbiano preso posizione attraverso le voci non solo di monumenti della storiografia internazionale come Castelnuovo e Romano, ma anche di giovani dal lucido pensiero, come Miriam Failla, Gelsomina Spione, Simone Baiocco. Forse è questo il momento propizio per ritrovare una coscienza critica del patrimonio che ponga la sua salvaguardia come presupposto irrinunciabile della progettazione di un qualsivoglia futuro. Siamo ormai stanchi di doverci vergognare per come maltrattiamo quel che dovrebbe essere motivo di orgoglio planetario. Ma bisogna che la società civile e la politica dunque non solo gli studiosi, ma tutti coloro che si sentono cittadini e hanno responsabilità di governo - escano subito dal letargo e si battano per difendere questo patrimonio con ogni mezzo. Almeno finché in Piemonte ce ne sarà uno. E non deve essere solo Torino a muoversi, perché in gioco è un interesse più che nazionale. Il ministro Ornaghi è di questi tempi chiamato a pronunciarsi su facezie come la ricerca della Battaglia di Anghiari a Firenze. Forse sarebbe il caso che si occupasse più assiduamente di ciò in funzione del quale il suo Ministero esiste, e che lo sciagurato governo precedente aveva cancellato dall'agenda con la complicità di una classe dirigenziale in parte arrendevole e in parte inadeguata: la tutela fisica dell'arte e della cultura italiana, cioè dell'unica vera risorsa e dell'unico vero fattore di sviluppo che il nostro Paese possieda. La Galleria Sabauda sarebbe un magnifico inizio. Non sappiamo bene quanto si capisca da Roma, ma Torino è allo stremo. Ministro, per favore, prenda in mano la situazione. A prendere in mano il museo, invece, devono pensare quegli italiani che ancora credono nella cultura, la fanno, la vivono, e non possono vivere senza di lei. Fulvio Cervini Dipartimento di Storia delle Arti e dello Spettacolo Università di Firenze
Fonte non specificata
24 Marzo 2012
✓ Entità verificate
La chiusura della Galleria Sabauda: ennesimo scandalo
Artista / Persona
Bene culturale
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