La massiccia presenza di visitatori migliora e arricchisce le città d'arte immagine documento Il dibattito su come salvare e rigenerare il patrimonio storico-artistico, innescato su Europa dalle riflessioni di Antonio Alberto Semi, l'ho seguito da un agriturismo di Saturnia, vicino Grosseto, dove nell'impossibilità di piantare sei pali telefonici, per i vincoli paesaggistici vigenti, è impossibile accedere ad internet e anche il cellulare ha difficoltà di ricezione. Quando Salvatore Settis scrive su Repubblica che «dovremmo perseguire solo lo sviluppo che coincida col bene comune, generando stabili benefici ai cittadini», quale genere di sviluppo intende? Tre giovani laureati che vogliono a Saturnia aprire una piccola cooperativa che valorizzi le mura etrusco-romane (ormai affogate dai rovi), o la necropoli etrusca del Puntone (ormai quasi invisibile per l'alta vegetazione che la ricopre) o le necropoli vicine di Sovana, Manciano e Pitigliano, si trovano tagliati fuori dal fatto che lì non prende internet, perché i vincoli paesaggistici proibiscono di piantare sei pali del telefono. È questo lo sviluppo che vogliamo? È questa la valorizzazione dei beni culturali che auspichiamo? Necropoli etrusche lasciate all'incuria e, in parallelo, l'impossibilità di valorizzarle perché nessuna attività privata di ricerca e riqualificazione può nascere in un luogo dove non funziona internet? Questo esempio di Saturnia è complementare a quelli di Venezia e Firenze da cui è nata la discussione: non ha alcun senso discutere della proprietà delle bellezze del nostro paese; l'importante non è la proprietà, ma è l'uso, è ciò che ne fai, è il simbolo che diventano, è la consistenza valoriale che testimoniano. Un bene pubblico non è un bene dello stato, è un bene reso pubblico, reso di pubblico beneficio. Le necropoli e le mura di Saturnia potranno pure essere di "proprietà" dello stato ma, se sono coperte dai rovi, smettono di essere beni comuni, semplicemente perché nessuno le riconosce più come tali. Sono proprietà dello stato, ma non sono beni comuni. Palazzo Ca' Corner a Venezia è stato ceduto per 40 milioni di euro a Prada. L'accordo non svende il palazzo (come invece retoricamente grida Tomaso Montanari sul Fatto Quotidiano), ma pone alcune prescrizioni al suo uso: Ca' Corner avrà una destinazione plurima (residenziale, commerciale, museale) con alcuni piani che devono essere ad uso culturale. Il pubblico può visitare tutto il palazzo, fino ad un massimo di 80 giorni. Inoltre Prada è obbligata a restaurarlo a sue spese. Dove sta l'ignobile sottrazione di un bene pubblico a vantaggio dell'interesse privato? Agnoli e Tonello fanno benissimo, su Europa, a richiedere che il Fondaco dei Tedeschi sia dato a Benetton con il vincolo di ospitare, oltre alle attività commerciali, una biblioteca moderna, secondo l'idea, già vincente anche alla Sala Borsa di Bologna, di aprire una biblioteca nelle adiacenze di spazi di attrazione. Fanno benissimo a richiedere che vengano costruite nuovi luoghi del sapere, oltre ai negozi souvenir e pizza al taglio. Meno convincenti lo sono quando lamentano che la città è soffocata da 80mila turisti al giorno, dando quasi appoggio a quel funesto appello di Italia Nostra che chiede di ridurre l'accesso a Venezia, instaurando «un numero chiuso per i visitatori, al fine di limitare lo sfruttamento turistico che altera profondamente il tessuto sociale della città, privandola del suo futuro». È un grandissimo limite pensare come un danno il turismo, ovvero le persone che si muovono, viaggiano e che fisiologicamente alterano la consistenza stessa delle città. Se domani il miliardo di cinesi, finalmente libero dalla fame, volesse vedere Venezia, sarebbe una potenzialità anzitutto culturale. E se questo significasse dover costruire nuove strutture ricettive, nuova viabilità in entrata e uscita, tutto ciò non può esser visto come un problema. Si pensi a che intreccio di contaminazioni, culture, interessi, prospettive, innesca un simile scenario se liberamente accettato, come lo è oggi. Gli unici vincoli devono essere sicurezza, agibilità e sostenibilità, che per adesso sono gestibili, come dice anche l'ex sindaco Cacciari. Da questa massiccia presenza di visitatori, ne possono nascere, come sempre sono nati, contaminazioni e nuove conoscenze: la straordinaria chiesa di Santa Croce a Firenze è stata restaurata nella cappella maggiore dell'abside proprio da un facoltoso turista giapponese, Kuroda Tetsuya, che si è innamorato della chiesa e ha donato una cifra molto cospicua per il risanamento dell'abside. Il restauro, grazie ai suoi soldi e all'impegno di Carla Guiducci Bonanni, allora presidente dell'Opera di Santa Croce, ha permesso un intreccio fecondo tra Firenze e l'Università di Kanazawa in Giappone, che ha attivato borse di studio e gemellaggi. Ovvero conoscenza e ricerca. Rendere sostenibile questo scenario di turismo di massa è la grande sfida delle città d'arte: limitarlo attraverso la chiusura ai turisti o la negazione di investimenti privati di Benetton e altri, è non solo dannoso, ma altamente miope.