All'inizio della nostra era, ai tempi del mecenatismo la cultura era considerata forza e strumento di promozione di un territorio. Oggi, a distanza di circa due millenni, il 4,9 del Pil italiano viene dall'industria culturale. Non certo grazie a Siracusa, al terzultimo posto nella classifica «per incidenza percentuale del valore aggiunto del sistema produttivo culturale sul totale economia», seguita dalle sole Agrigento e Caltanissetta. La recente ricerca stilata da Fondazione Symbola, Unioncamere e Istituto Tagliacarne analizza il ruolo e il peso che la produzione di cultura ha nel sistema economico, passando in rassegna diverse variabili. Sono le quantità e le qualità degli spazi culturali, le iniziative, la rilevanza dai media, il numero di istituzioni culturali, i festival, la varietà di eventi, la loro diffusione e l'affluenza di pubblico. Ancora, la propensione alla qualità e al bello, la ricerca e la nuova frontiere della green economy. Ecco l'elenco di parametri al vaglio degli studiosi che spronano la domanda: quanto c'è a Siracusa di tutto questo? Evidentemente poco se il capoluogo aretuseo si pone centocinquesimo e con una incidenza percentuale del 2,3 sull'economia locale. Come dire che «a Siracusa la cultura non dà da mangiare». Infrastrutture e servizi carenti per un'esagerata quantità di bellezze è un prodotto che appare incoerente e non funziona come possibile equivalenza di un sistema economico all'avanguardia. Quello che dovrebbe promuovere lo sviluppo della cultura e dei suoi beni a partire dall'innovazione e dalla tecnologia, dalla creatività e dallo spirito di impresa. E invece Siracusa pare ferma a dover risolvere il problema dell'apertura di tanti dei suoi siti che la rendono «bella di fama e di sventura». Sono chiusi da tempo gli ipogei del centro storico, catacombe e latomie cadute nell'oblio, chiese ad accesso negato. Come quella di San Giuseppe oggetto di furti e manomissioni nel corso del tempo, ancora chiusa per lavori di restauro mai completati. Ma anche San Domenico e l'annesso monastero di S. Maria Aracoeli sempre in piazza San Giuseppe; la Chiesa del Collegio dei Gesuiti in via Landolina, quella di San Filippo Apostolo alla Giudecca e di San Rocco. E che dire di altrettanti palazzi monumentali, completamente abbandonati, come l'ospedale delle Sante Piaghe o le antiche rovine trasformate in «cassonetto pubblico» come i resti di Porta Urbica, appena dopo il ponte di ingresso al centro storico. E ancora, forte San Giacomo, trasformato in «luogo proibito» assieme al vicino Forte San Giovannello. E fuori da Ortigia, nella zona archeologica della Neapolis, come dimenticare l'ara di Ierone e l'Anfiteatro romano completamente invasi dalle erbacce. Lunghissima la trafila di chiusure e paventate riaperture del Teatro comunale, «invisibile» da oltre 50 anni. L'elenco potrebbe procedere ancora in questo ritratto sgualcito di Siracusa in cui cultura e bellezza costituiscono le radici più profonde e feconde della nostra identità, senza riuscir a rendere competitiva la nostra economia. Soprattutto se si parla di turismo. Resta il problema dell'accoglienza: no info-point; trasporti carenti; servizi assistenziali ai minimi storici. E poi c'è l'irrisolvibile questione della destagionalizzazione turistica, nonostante ci abbiano provato cartelloni di eventi come «Luci a Siracusa», appena concluso con successo, ma più simile a una goccia nell'oceano che a un'onda dispensatrice di fortuna. Una cosa è certa: i flussi turistici di questo periodo non sono gli stessi che da maggio a giugno, nei mesi in concomitanza con le Rappresentazioni classiche al Teatro greco, unica manifestazione in grado di attirare pubblico da ogni dove. Nemmeno il paragone regge con le presenze di luglio e agosto, mesi che attirano famiglie e gruppi di stranieri, anche se non ancora giovani in cerca di divertimento. Sembra allora che «non abbiamo - come direbbe lo storico Carlo Maria Cipolla - quella capacità antica di produrre all'ombra dei campanili cose che piacciono al mondo». Eleonora Vitale 23032012
SICILIA - Lo straordinario patrimonio monumentale di una città che snobba la propria ricchezza
La cultura è un settore economico importante in Italia, con un impatto del 4,9% sul PIL. Tuttavia, Siracusa, la città natale di Archimede, si trova in una situazione di crisi culturale. La città ha pochi spazi culturali, iniziative e eventi, e la sua economia dipende principalmente dal turismo. Il problema è che la città non è in grado di accogliere i turisti, con infrastrutture e servizi carenti. Inoltre, la destagionalizzazione turistica è un problema, poiché la città non riesce a offrire esperienze uniche e interessanti.
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