Uno studio del docente di Agraria che sarà pubblicato da Sellerio quantifica l'erosione della campagna amata da Oscar Wilde Quando, nel 1955, Guido Piovene visitò Palermo - e ne scrisse nel suo "Viaggio in Italia" - trovò una città in grande sviluppo. La guerra era lontana, la ricostruzione avviata e il boom economico si manifestava in un fervore che di lì a pochi anni avrebbe preso la direzione e il ritmo distruttivo del "sacco edilizio". La città era in una fase così evidente di trasformazione che lo scrittore e giornalista veneto si pose una domanda «alla quale nessun'altra città italiana costringe ... con tanta nettezza. Come sarà Palermo tra una cinquantina d'anni?». La risposta, oggi evidente agli occhi di tutti, è resa indiscutibile dai numeri: Palermo è cresciuta consumando il suolo della sua campagna a un ritmo - tra il 1955 e il 1985 - di 88,7 ettari l'anno. Per intendersi, una superficie pari a 122 volte il suo campo di calcio. Ogni anno. E così ha continuato a fare - 40,4 ettari tra il 2002 e il 2007 - senza arrestarsi neanche negli ultimi tempi. Lo spazio divorato è quello della Conca d'oro, dell'identità storica che per secoli ha assicurato benessere ambientale, lavoro, lucrose produzioni agricole e, prima ancora, una bellezza che ha reso mitico il suo paesaggio, addirittura qualificato, come ha scritto Fernand Braudel, con il massimo encomio attribuibile: paradisiaco. La presenza insieme di utilità e bellezza, che si coglie ancora oggi nei resti di un giardino di agrumi, doveva essere apparsa evidente già ai primi abitatori. I cacciatori preistorici che, fino a ottomila anni fa, si rifugiavano nelle grotte ne erano attratti - gli studiosi di estetica testimoniano in diversi modi l'innato richiamo verso la piacevolezza di un paesaggio - come dall'abbondanza di prede animali e frutti, erbe e semi commestibili nella vegetazione originaria. I graffiti dell'Addaura li mostrano intenti a festeggiare o a propiziare la cattura dei daini e cervi che vivevano nei boschi delle montagne e della grande pianura tra radure e acquitrini. «Boscosa fin quasi alle porte»e «tutta colma di alberi coltivati» era Palermo punica e romana. I caratteri costitutivi del suo paesaggio sono ribaditi anche dal nome: non solo «tutto porto», ma anche e non in contrapposizione, «tutto giardino» perché hormos, in greco, significa prima di tutto "collana di fiori" (per estensione la cinta degli scogli che chiude un approdo) e corrisponde alla denominazione punica sys che, da alcuni studiosi, è ritenuta la più antica. Gli anni arabi e normanni consolideranno ancora di più fama e attributi «della generosa pianura ... che chi ebbe in sorta di vederla una volta mai potrà staccarsi da essa». I parchi reali saranno presi a modello in tutto il Mediterraneo e costituiranno ambientazione per le novelle di Boccaccio. Vi verranno coltivati il limone e l'arancio - quello dolce è segnalato in Europa per la prima volta nel 1487 in un giardino della Guadagna - e la canna da zucchero che, intorno al Quattrocento, diverrà la coltura più importante. La cannamela cresceva dapprima nei giardini urbani, poi nelle vicinanze di fiumi e sorgenti ed era spremuta e cotta nei trappeti della città con grande successo commerciale, ma anche con grave impatto sull'ambiente e sul paesaggio poiché i monti, denudati per il taglio della legna usata nei trappeti, si ridurranno, scriveva lo storico Fazello, «aspri, alti ed erti dove non è albero di sorte veruna». La canna era coltivata in promiscuità con gli alberi da frutto che condividevano, in un grande rigoglio vegetativo, il territorio con i vigneti impiantati nei terreni asciutti. Ed è allora, alla fine del Quattrocento, che si diffonde il nome di Conca d'oro. Lo usa un poeta, Angelo Callimaco, che canta l'aurea concha che nasce dal mare più bella di Venere, ma ben presto è un titolo che in tutta Italia diventa termine di paragone per le terre più feconde. La considerazione crescerà nel Settecento con le ville aristocratiche cui si accompagnano vigneti, oliveti, frutteti e giardini che meraviglieranno i viaggiatori ardimentosi e curiosi e poi, nel secolo successivo, quelli meno disponibili all'avventura ma determinati a godere del sole del Sud, di una storia emozionante, di una flora esotica. In una lettera, Oscar Wilde scriverà di Palermo che ha «la più bella posizione al mondo e trascorre i suoi giorni sognando nella Conca d'oro, la stupenda vallata situata tra due mari». È il 1900; è da cinquant'anni, e lo sarà per altrettanti ancora, un ininterrotto giardino profumato di agrumi; prima arance, poi limoni, infine mandarini. Le sue terre saranno tra le più care d'Europa e ogni angolo sarà coltivato, cercando l'acqua con macchine idrauliche azionate da motori a vapore, scavando buche nel suolo roccioso e portando terreno fertile ovunque sia possibile. Anche la piana dei Colli, fino allora dominio di vigneti e oliveti ma più spesso di sommacco e ficodindia, sarà trasformata. È stata questa l'ultima pagina di una storia gloriosa, che adesso si chiude con un centro commerciale che spudoratamente prende il nome di Conca d'oro a testimoniare il danno e la beffa. È la fine di uno dei paesaggi storici più illustri del mondo, che ancora in parte potrebbe salvarsi se la Favorita tornasse a essere un luogo dove realizzare il sogno di passeggiare tra i limoni, se venisse aiutata e non ostacolata l'agricoltura urbana, se nascesse un ecomuseo. In futuro, altrimenti, non ci resterà altro che la sua memoria e la vergogna per averne permesso la definitiva scomparsa. SEGUE A PAGINA XI
CONCA D'ORO ADDIO COSÌ PALERMO HA PERDUTO IL TESORO VERDE
Uno studio del docente di Agraria quantifica l'erosione della campagna di Palermo, che è cresciuta a un ritmo di 88,7 ettari all'anno tra il 1955 e il 1985. La superficie di 122 volte il campo di calcio è stata consumata, principalmente nella Conca d'oro, un'area storica e identitaria della città. La campagna era ricca di agrumi, oliveti e vigneti, e la sua perdita ha avuto un impatto negativo sull'ambiente e sul paesaggio. La Conca d'oro era considerata un paradiso, con un'abbondanza di frutti e semi commestibili, e fu descritta come un luogo di bellezza e utilità.
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