Nel 1972 il designer Ugo La Pietra ideò per Milano un intervento in cui grandi schermi installati a piazza Duomo avrebbero rimandato le immagini delle periferie, svuotate dagli abitanti affluiti in centro per le compere natalizie. Trasferito oggi nella realtà palermitana, quel progetto mostrerebbe un rovesciamento delle parti: ai negozi pressoché vuoti delle tradizionali vie dello shopping cittadino farebbero da contraltare le immagini dei centri commerciali delle periferie, affollati e con le vie daccesso intasate dal traffico. Linaugurazione del centro Conca doro, in via Lanza di Scalea, ha infatti sancito definitivamente il processo iniziato alcuni anni fa dislocando questi nuovi e ipertrofici spazi dello shopping lungo le tradizionali direttrici di sviluppo delle periferie palermitane: Brancaccio a sud, il Cep e Borgo Nuovo a ovest, lo Zen a nord, presidiati rispettivamente dal Forum, da Torre Ingastone e dal nuovo Conca doro, intorno ai quali si è disposta una collana di centri commerciali minori. Inutile storcere la bocca: piacciano o meno, questi luoghi sono diventati quasi dappertutto (dalle capitali come Berlino alla periferia diffusa del Nord Italia) meta privilegiata del tempo libero, sostituti dei tradizionali modi di aggregazione urbana, persino codici e segni della spazialità architettonica contemporanea. uttavia, malgrado a ogni inaugurazione responsabili e promotori si affrettino a dichiarare come le nuove strutture rappresentino unoccasione per valorizzare le periferie e integrarle maggiormente nella maglia dei percorsi urbani, non sembra che in questo arco di tempo si sia prodotto un riequilibrio degli assetti territoriali, né che le periferie siano meno periferie per il solo fatto di essere raggiunte ogni giorno da alcune migliaia di acquirenti. Limpatto della grande distribuzione e dei suoi luoghi concentrazionari non ha infatti allentato le asimmetrie e i drammatici scompensi del tessuto cittadino, anzi, se possibile, li ha approfonditi. La crisi dei piccoli esercizi, impossibilitati a reggere la concorrenza di sconti e offerte promozionali, ha infatti reso il centro meno centro mentre, daltra parte, la periferia è rimasta tale, senza cioè unofferta dei riti dello scambio sociale che non sia quella del mero consumo. Tra ciò che è andato perduto e ciò che si è guadagnato il risultato non è a somma zero, anche considerando il costo sociale, altissimo, di unulteriore cementificazione. La colpa, se di colpa si può parlare, non è dei centri commerciali in sé: semmai le mancanze sono tutte di una politica urbanistica che avrebbe dovuto prevedere, progettare, guidare, diversificare su piccola e grande scala, e che invece è stata del tutto assente. Quella dellurbanistica quale disciplina di mediazione tra politica, economia e territorio è del resto una crisi conclamata già da diversi anni nella rinuncia a qualsiasi intervento che non sia semplice presa datto dellesigenza di gruppi finanziari e immobiliari. Incapace di gestire lesplosione delle grandi aree urbane, lurbanistica ha cioè arretrato rispetto al proprio statuto anche in realtà, come quelle palermitane, dove il saldo demografico negativo avrebbe consentito sulla carta un più facile controllo delle dinamiche di massiccia proliferazione edilizia. Non è avvenuto (e basti osservare quanti agglomerati sedicenti residenziali vadano tuttora sorgendo lungo le direttrici segnate dalle autostrade), e in questa rinuncia ha trovato un alleato e un sodale negli attori che avrebbero dovuto fornire controlli e principi dindirizzo: in primo luogo il Consiglio comunale, che in questi ultimi anni si è limitato a ratificare le richieste anche con varianti al Piano regolatore generale, come nel caso del verde agricolo di Fondo Raffo, spianato per permettere la realizzazione del centro voluto da Maurizio Zamparini. Più che unassenza, quella della politica, una vera e propria latitanza. Riqualificazione è la parola usata in questi casi, ed è una terminologia tanto datata quanto, così sembra, ancora ideologicamente efficace. Puro déjà vu, insomma, prassi appena aggiornata nel metodo e nelle tipologie di strategie sperimentate con successo facendo leva su quei luccichii della modernità che sembra non prevedano rovine. Era la strada migliore - lunica - per tentare il recupero di unarea notoriamente difficile e già ampiamente interessata da pratiche di lottizzazione, o non sarebbe stato più saggio e lungimirante prevedere una diversificazione di servizi e strutture in grado, queste sì, di promuovere una diversa integrazione territoriale: verde urbano, aree sportive, anche strutture culturali decentrate (da quanto tempo langue in colpevole e doloso abbandono il Palasport?) in una zona come la Piana dei colli ancora ricca di resti e memorie architettoniche? Sarà (forse, è lecito dubitarne) materia per il prossimo Consiglio comunale: toccherà al futuro sindaco, al di là degli slogan generici e tutti uguali - «recupero delle periferie» rimbalza da un manifesto elettorale allaltro - riempire questa esigenza con contenuti progettuali concreti, trasparenti e condivisi. Non solo per le periferie, ma per la città tutta è lultima spiaggia di una diversa gestione territoriale.
SICILIA - Le cattedrali del consumo nel deserto urbanistico
Il progetto di Ugo La Pietra per Milano nel 1972 prevedeva l'installazione di schermi a piazza Duomo per mostrare immagini delle periferie. Oggi, a Palermo, un simile progetto è stato realizzato con il centro Conca doro, che mostra immagini dei centri commerciali delle periferie. Questo ha portato a una concentrazione di spazi dello shopping nelle periferie, sostituendo i tradizionali modi di aggregazione urbana. Tuttavia, la grande distribuzione e i suoi centri di concentrazione non hanno allentato le asimmetrie e i drammatici scompensi del tessuto cittadino, ma li hanno approfonditi.
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