Ci si potrebbe anche consolare dicendo che tutto il mondo è Paese, peccato che ciò che in questo momento sta accomunando l'Italia della cultura non sia un evento positivo, ma una vera e propria tragedia: la crisi. Una crisi economica che in lungo e in largo l'Italia sta mietendo vittime illustri dopo le chiusure di Ca' d'Oro e palazzo Grimani di domenica scorsa a Venezia. La crisi culturale del Nordest appartiene anche ad Asti dove il Centro studi dedicato a Vittorio Alfieri si è affidato ad una colletta pubblica per poter riaprire la casa-museo. A Recanati le cose non vanno certo meglio visto che l'Istituto leopardiano non ha potuto accendere il riscaldamento neppure nei mesi più freddi perché non pagava le bollette. E ad Agrigento al blasonato Centro nazionale di studi pirandelliani non è stato destinato neppure un euro e quindi si prefigge una chiusura. Ma se i grandi Centri culturali non godono di buona salute, anche a Nordest dove fino a pochi mesi fa si riusciva a tamponare un po' con il personale pubblico, molto con le cooperative (come sta facendo il Museo di Rovigo), la situazione sta diventando critica. Domenica per i musei veneziani è stata una giornata da dimenticare. L'assessora alla Cultura del Comune di Venezia Tiziana Agostini usa un termine preciso: "un disastro". Per tutta domenica Ca' d'Oro e Palazzo Grimani e, solo per la mattina, le Gallerie dell'Accademia sono rimasti chiusi per mancanza di personale. «L'Accademia è una risorsa per la città, la Ca' d'Oro lo stesso - afferma - serve una scelta nazionale». Del resto era una tragedia annunciata. Nonostante l'incremento medio generale a Nordest nell'ultimo anno del 9,5 di visitatori, con due milioni di presenze ai civici veneziani e quasi mezzo milione a Padova. La soprintendente Giovanna Damiani già una settimana fa aveva predetto che si sarebbe verificato questo problema per le difficoltà crescenti dovute alla mancanza di fondi e di personale. Agostini non si tira indietro: «Bisogna investire in cultura aumentando i posti di lavoro là dove servono. I musei nazionali hanno bisogno di dipendenti pubblici, bisogna aumentare l'occupazione: sono risorse che vengono restituite allo Stato». La responsabile dell'assessorato comunale alle attività culturali ha poi ricordato che «per quanto riguarda i musei civici veneziani, noi diamo lavoro a oltre 500 persone tra diretto e indotto: è una grande fabbrica, quella dei musei veneziani». Ma laddove il pubblico non ce la fa, entra in gioco il volontariato. È il caso del Museo civico di Belluno, ospitato nello splendido Palazzo del Collegio dei Giuristi, che riesce a restare aperto dalle 10 alle 13 e per due pomeriggi dalle 15 alle 18, soprattutto grazie a tre associazioni di volontariato. Anche la Guggenheim, a Venezia, che pur conta su un staff fisso di 39 persone, utilizza una quindicina di giovani stagisti che si alternano ogni mese e prestano servizio in biglietteria, nelle sale e organizzano visite guidate gratuite. Ma a frenare la vitalità del sistema museale è anche una legge nazionale che impone riduzioni nell'uso dei volontari. Figure indispensabili: pensionati over 55 anni, 5-6 euro l'ora di costo, esperienza e professionalità. Senza di loro molti musei chiuderebbero i battenti. Ben lo spiega Andrea Colasio, assessore alla Cultura del Comune di Padova. «Siamo ingessati da norme nazionali che ci tolgono qualsiasi tipo di autonomia. Alcuni Comuni hanno addirittura dato vita a Fondazioni alle quali girano i fondi per poter avere un po' di autonomia. Noi teniamo duro». Conti alla mano, i Musei di Padova, potrebbero essere un affare: 1 milione e 800 mila euro d'incasso, spese per un 1 milione e 500, più quelle per il personale (un po' meno di milioni complessivi). «Ma non sono in grado di fare restauri o investimenti - continua l'assessore - La sera posso tenere aperto grazie alla Cooperativa Giotto». Ma il panorama delle offerte è imponente: Cappella degli Scrovegni, gli Eremitani (con tre musei: Bottacin, archeologico e delle monete), Zuckermann, Palazzo della Ragione, Oratorio di San Rocco, Chiesa di San Michele e Casa del Petrarca a Este. «Bisognerebbe poter pensare ad una struttura per la gestione più dinamica - conclude Colasio - Ma si fatica già a gestire l'ordinario».