Il valore del «cultural heritage» cresce sensibilmente se lo si proietta nella sfera virtuale, che fa da volano alla sua diffusione e al coinvolgimento dei cittadini La cultura globale è fondata soprattutto sulla partecipazione, la diffusione e l'interazione: un meccanismo spesso ludico, ma sempre severo nel richiedere standard e approcci d'uso verso cui nutriamo sentimenti contrastanti, di disprezzo o di entusiasmo. L'idea della divulgazione come impoverimento non è solo un pregiudizio, ma anche una preoccupazione: eppure la sensibilità contemporanea verso il bene culturale è sempre più incentrata sul paradigma dell'attivazione, che provoca affezione, reazione, senso di comunità, apprendimento. Solo che questi valori non possiamo più darli per scontati, perché una biblioteca senza lettori, un museo o un archivio senza pubblico diventano per la società un peso intollerabile. Infatti ciò su cui tutti i principali attori del paesaggio globale del cultural heritage concordano - dall'America all'Europa - è la crescita del ruolo del pubblico che provoca un radicale reset delle istituzioni. Per un esempio, Mirco Zardini, direttore del Cca di Montreal fa notare come le collezioni del centro non possono più considerarsi dedicate all'interesse dei soli studiosi, ma devono giocare un ruolo reattivo in una vasta comunità della rete. Ecco che allora la riproduzione digitale non è solo un clone di quella cartacea protetta dall'usura della frequentazione, ma diventa opportunità per allargare il pubblico, creando collezioni virtuali (che ad esempio accostino ai materiali del proprio archivio, informazioni, immagini e dati di altri archivi lontani, ma dispersi geograficamente). Il digitale infatti è ubiquo e questa sua natura può aiutare la diffusione del bene senza necessariamente strapparlo dal luogo di conservazione, o permettendo di concepire mostre e allestimenti che riuniscano opere tra loro impossibili da confrontare (non solo i "Caravaggio" sparsi nel mondo, ma anche le numerose copie o repliche di un tema famoso, da cui se ne comprenda il fascino nel tempo su artefici di culture diverse). Il digitale non è solo un mezzo: MacLuhan direbbe che è un messaggio. Cioè come ogni tecnica implica una visione, cioè una maniera di guardare i problemi che mette in crisi i vecchi paradigmi e chiede di progettarne altri discutendone pregi e prospettive. E la cultura del Design,che nella Scuola di Design del Politecnico di Milano ha trovato un incubatore di straordinario interesse, ha individuato nelle problematiche del cultural heritage un campo di applicazione e di sviluppo formidabile, perché per la prima volta nella storia umana, consente di programmare la conservazione dell'immateriale (i costumi, i riti, i saperi tecnici e artigiani localizzati nei distretti e nelle città, eccetera) non in alternativa, ma in concomitanza con il "materiale". Deve essere ben chiaro anzi che il digitale non può essere la sostituzione della materia storica con la pellicola impalpabile dello schermo: il Cenacolo messo in scena da Greenaway, ad esempio, deriva dall'originale milanese, ma è anche un'altra cosa rispetto a esso e come tale dovremmo pensarlo e utilizzarlo. Insomma il digitale non è l'Ersatz, la copia fatta bene, ma una visione autonoma dell'antico: il suo statuto implica un'autonomia che nasce dalla diversità e dall'interazione. Il centro berlinese "Topographie des Terrors" è basato quasi esclusivamente sull'immateriale, al pari del Museo della Grande Guerra nelle inutilizzate Gallerie autostradali di Castello, in Trentino. Ma la riproduzione in alta definizione di un'opera d'arte o di un'architettura (ad esempio, la cattedrale di Santiago a opera di Videolab) non il suo clone, ma un potenziamento della visione che le nuove supertecnologie permettono, facendo diventare l'iper-rappresentazione un testo di studio per analisi non consentite dall'occhio nudo. Nell'Italia del patrimonio diffuso, d'altra parte, cosa meglio della "rete" rappresenta la metafora della presenza capillare del design? Cosa meglio del design si dispone a connettere e a trovare rappresentazioni che arricchiscono in maniera intelligente l'«eredità» culturale, facendola fruttare nell'ampliamento del patrimonio del futuro. In tale maniera due eccellenze italiane - design e beni culturali - possono centrarsi su una inaspettata alleanza, che consente di tradurre la stessa crisi nell'inizio di inaspettate possibilità.
L'espansione è nel digitale
Il valore del patrimonio culturale cresce quando viene proiettato nella sfera virtuale, aumentando la sua diffusione e coinvolgimento dei cittadini. La cultura globale si basa sulla partecipazione, diffusione e interazione, che richiede standard e approcci d'uso. La sensibilità verso il bene culturale è sempre più incentrata sull'attivazione, che provoca affezione, reazione e senso di comunità. Tuttavia, il ruolo del pubblico è sempre più importante, e le istituzioni devono adattarsi a questo cambiamento. La riproduzione digitale non è solo una copia, ma un'opportunità per allargare il pubblico e creare collezioni virtuali.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo