Sono settanta i relitti sommersi nel mare che circonda la Sicilia: navi e aerei inghiottiti dagli abissi negli ultimi cento anni. In passato meno protetti dei reperti millenari, godono adesso della tutela della Regione che vigila perché non vengano depredati. In agguato ci sono gruppi organizzati di predoni "tecnologici", che vanno alla ricerca dei tesori sommersi ancora custoditi nelle stive. E fioccano leggende sulle ricchezze favolose dei carichi colati a picco. Bombardieri, sommergibili, aerei e pescherecci. Affondati a poche miglia dalla costa o incastrati tra le viscere dei fondali nelle acque più buie. Relitti del mare, uniti dal tragico destino del naufragio. Storie di mille Concordia abbandonate negli abissi. Il mare siciliano ne ha ingoiati circa 70 negli ultimi 100 anni. Duemila dal primo sbarco greco in Sicilia, prima in Italia per il numero di relitti. Alcuni sono diventati già meta per turisti subacquei e curiosi. Altri invece rimangono ancora oggi dei misteri, appollaiati sulla sabbia da più di un secolo a centinaia di metri di profondità, con la pancia piena di tesori e gioielli da far gola ai predoni più agguerriti. E mentre le rocce che attanagliano il gigante di Costa Crociere si sfaldano ora dopo ora, cresce linteresse di ricercatori e studiosi sui relitti di epoca contemporanea, come le tante imbarcazioni affondate nel nostro mare durante la seconda guerra mondiale. Trascurati in passato perché considerati dinteresse poco rilevante rispetto ai relitti archeologici più antichi, questi colossi sommersi sono invece oggi dei pezzi unici sulle cui carcasse si è sviluppata, centimetro dopo centimetro, unintensa vita faunistica che la Regione prova a tutelare da un turismo invasivo e invadente. «La Soprintendenza del Mare - afferma Claudio Di Franco, esperto sub e funzionario del Dipartimento dei beni Culturali - a partire dalla sua costituzione ha potenziato studi e ricerche nel settore. I fondi non sono molti, ma proviamo a fare del nostro meglio, grazie a delle convenzioni con le aziende private. E siamo gli unici in Italia a disporre di ununità operativa subacquea di monitoraggio e conservazione dei relitti più moderni. E il lavoro fatto fino ad oggi comincia finalmente a dare qualche risultato. Tali siti sono già meta di un turismo subacqueo sempre più orientato verso immersioni a carattere ricreativo-culturale, anche a grandi profondità». La conservazione coniuga così la curiosità di appassionati e studiosi sotto una vigilanza costante che evita i guasti di una corsa sconsiderata che si trasforma in una minaccia per lecosistema. I fondali custodiscono con gli scafi echi di storie affascinati. Come quella del Pavlos V, unimponente nave cisterna battente bandiera greca lunga 180 metri naufragata allalba dell11 gennaio 1978 a pochi chilometri dal porto di Trapani a causa di un incendio nella sala macchine. Nonostante i tentativi di rimorchiatori e motovedette che provarono più volte a trainarla verso il porto siciliano, unimprovvisa esplosione fermò per sempre il suo cammino. Oggi, dopo 34 anni, la sua chiglia poggia su un fondale profondo 33 metri dove è ancora visibile lo squarcio causato dallesplosione che spezzò in due la nave. Solo un anno dopo, nel 1979, la cosiddetta Nave del Sale, proveniente dalle saline di trapani, affonderà sotto le acque di Siracusa a circa 43 metri di profondità. Oggi giace a poca distanza da Avola su una chilometrica pianura di sabbia che ne fa un eccezionale punto di immersione. Andando invece indietro nel tempo, sullaltra punta dellisola, giù fino a 70 metri nello specchio dacqua dello stretto di Messina, dorme uno dei più bei relitti del mar Mediterraneo: la motonave militare Valfiorita, silurata e affondata nel 1943 da un sommergibile britannico. Conservata dal mare in perfetto assetto di navigazione, contiene ancora al suo interno autovetture e motocicli dellepoca. Ma non tutte le navi affondate sono raggiungibili. Nel corso dei secoli il Canale di Sicilia ha ingoiato imbarcazioni mai ritrovate. E le loro storie sconfinano nella leggenda con racconti che si tramandano nella tradizione orale di pochi lupi di mare. Racconti di forzieri ricchi di tesori dimenticati negli abissi e sui quali pirati, predoni e moderni cercatori doro hanno già messo gli occhi. Il mistero avvolge il piroscafo Persia, diretto da Londra a Bombay e naufragato nel dicembre del 1915 a sud della Sicilia. Trasportava centinaia di gioielli inviati come dono alla sposa del Maharaja. Nellincidente persero la vita 335 membri dellequipaggio. Una società scozzese estrasse una cassaforte a più di mille metri di profondità. Allinterno trovò una preziosa collezione di rubini. I sub mercenari che parteciparono a quella missione furono arrestati a Trapani poco tempo dopo per aver tentato di profanare un altro relitto. E non è ancora stato recuperato loro custodito nelle stive del piroscafo Ancona, silurato da un sottomarino tedesco nel 1917 a circa 90 miglia marine a ovest di Marettimo. Partita da Trieste, raccoglieva migliaia di disperati in cerca di fortuna a New York. Qualche anno fa la Regione si fece portavoce di una crociata per impedire che lOdyssey Marine Exploration, una compagnia di cercatori doro di Tampa in Florida, mettesse le mani sul piroscafo, intoccabile anche per lUnesco perché considerato cimitero di guerra. «I predoni degli abissi esistono - afferma Phlippe Tisseyre, archeologo francese e funzionario della Soprintendenza - Non sono leggende. Siamo in stretto contatto con la Capitaneria per fronteggiare il problema. Sono bande ben organizzate e ricche di quattrini. Belgi, tedeschi, inglesi, pronti a mettere le mani sui tesori siciliani. Alcuni relitti sono già stati saccheggiati nel corso degli anni. Noi proviamo a difendere e conservare quel che resta». Ma le correnti siciliane non ingoiano solo tesori. A volte le pance di questi giganti di ferro sono piene di veleni. «Quando una nave affonda - dice Alessandro Giannì, responsabile campagne di Greenpeace - affonda anche il suo carico. Se quel carico è tossico, finirà inevitabilmente nelle nostre acque. Bisognerebbe capire quanti di questi sono solo incidenti o quanti invece sono stati lasciati affondare di proposito per nascondere il loro contenuto». In una lista pubblicata recentemente dal sito inchieste in.fondo.al.mar.info, dopo unindagine condotta presso larchivio dei Lloyds di Londra (Lloyds Register of Shipping), sarebbero 5 le navi tossiche ingoiate dalle onde siciliane. Come lAndulasia, affondata nel febbraio del 1980 a 30 chilometri da Kamma su un fondale di 250 metri. Trasportava cemento da Alicante a Misurata. Quella più vicina alla costa si chiama Monte Pellegrino. Naufragò alle 3 di pomeriggio dell8 ottobre 1984 a 4 miglia al largo di punta Solano, vicino a San Vito Lo Capo. La sua pancia piena potassio e fosfati dorme ancora negli abissi.
la Repubblica
18 Marzo 2012
SICILIA - Settanta tesori in fondo al mare siciliano
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Lorenzo Tondo
la Repubblica
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Bene culturale
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