E' l'intero patrimonio della Fondazione che esce restaurato dai forzieri per farsi finalmente conoscere da tutti "Ritratto di una collezione": la mostra è frutto di un'accurata selezione del patrimonio d'arte della Fondazione. I 60 tra dipinti, sculture, bronzi in esposizione che tracciano un percorso scenografico attraverso tutte le sale, sottotetto compreso, del grande palazzo cinquecentesco, è il distillato di un patrimonio complessivo della Fondazione di oltre 400 capolavori e occupa qualcosa come 500 anni di storia dell'arte. La raccolta è in parte frammentata data l'origine composita, claudicante, con qualche vuoto, ma ciò dipende soprattutto dalla varietà d'origine: acquisizioni finalizzate alla tutela del patrimonio artistico, ma anche pezzi acquistati in seguito ad insolvenze, pegni non ritirati per mancanza di liquidi con cui riscattarli, epiloghi di fortune dissolte che potrebbero raccontare fortune e sciagure di grandi famiglie, storie di nobili decaduti e di borghesi arricchiti. La collezione è frutto di una straordinaria collazione perché questi quadri, queste tele, queste sculture, in origine si trovavano negli uffici delle filiali sparse in tutto il territorio, non certo in condizioni ottimali di conservazione per via di polveri e termosifoni. C'erano primi premi della famosa biennale del bronzetto usati come fermacarte o fermaporte. Per cui la Fondazione ha messo in piedi uno staff per il recupero e il restauro di tutte le opere esposte che hanno richiesto un non indifferente lavoro di recupero. Ne è saltato fuori un affresco estremamente affascinante, termometro del gusto collezionistico e artistico della nobiltà veneta. La Serenissima ha attirato artisti da oltre confine, molti gli emiliani anche per i matrimoni tra rampolli di casate di regioni confinanti, ciò spiega la presenza di maestri d'oltrepò nella collezione padovana. Comunque la parte del leone la fanno gli artisti veneti. La mostra si apre con un'opera di Leandro Bassano, fine Seicento, incastonata in un'edicola preziosa: rappresenta il battesimo della figlia del podestà Minotto e della nobildonna veneziana Zen. La neonata protesa da robuste mani su un fonte battesimale lucente come una gemma, è avvolta in uno scialle con i colori delle anni delle due famiglie gentilizie. Attorno è un affollarsi di potentati in gran spolvero. Sullo sfondo una Padova fantastica con il Santo e il Salone, cupole e guglie in un'insalata architettonica che sembra apparsa in sogno all'artista. Poi c'è un cane sculettante in primo piano, uno dei cani che son quasi la firma dei dipinti dei Bassano. Impressionante per bellezza è il "telero", un dipinto di 6 metri per 70. Il capolavoro "in cinemascope" che occupa tutta una parete è opera di Luca Ferrari, detto Luca da Reggio. Rappresenta l'intercessione di San Domenico, nel corso della micidiale peste del 1630 in città. In primo piano il cadavere di un bimbo, con sul corpo i segni della malattia, masi vede che è morto dal colore; è adagiato su un cuscino lussuoso che ne denota la nobile origine, la madre sembra ancora vegliarlo. Sullo sfondo Lionello e Giacomo Papafava e membri dell'Ordine Gerosolimitano, c'è un monatto con la campanella, un medico che armato di lente scova un bubbone sotto l'ascella di un appestato, donne che non possono uscire dalle porte di casa inchiodate per ragioni sanitarie e calano dalle finestre ceste per l'approvvigionamento. Una carrozza carica di masserizie, accoglie gentiluomini e gentildonne in fuga, un vecchio legge l'elenco dei malati. Sullo sfondo la città con la chiesa di Sant'Agostino. Il quadro è come sterilizzato, non c'è orrore, anche se la morte sta falciando la città, è piuttosto un frettoloso affaccendarsi, un'attività febbrile che sospende la paura. Del Guercino l'assassinio di Assalonne. Il fratello Ammon ordina ai sicari, armati di lunghi pugnali, di sgozzarlo. Natura morta tra le lame, un piatto di fagioli che si spargono sul pavimento. Il dipinto è molto recitativo, melodrammatico, con sgargianti costumi seicenteschi indossati dai carnefici e dalla vittima Il gusto per l'area emiliano-toscana sembra continuare anche in epoca unitaria, com'è confermato dalle opere di Silvestro Lega e da una serie di Giovanni Fattori. Incantevole una testa di bimbo in cera di Medardo Rosso. Un senso di incompiutezza che dà al volto infantile Alcuni scatti della mostra fotografica Da sinistra, in senso antiorario, H laboratorio Ecsin di Rovigo, l'oasi dei Padri Mercedari, una foto della protezione civile in azione Nell'immagine al centro il palazzo della Ragione restaurato con il contributo della fondazione, a destra la sala dei Quaranta del Bo una gamma di sfaccettature. La pittura veneta è rappresentata con straripante ricchezza: Tintoretto, Strozzi, i Da Ponte, Marco Liberi, un sontuoso ritratto di Rosalba Carrera. Il piglio popolaresco e sanguigno di Oreste Da Molin. C'è anche uno splendido bronzo di Amleto Sartori, genio e perfetta conoscenza della morfologia muscolare. Il futurismo è ben rappresentato da Tullio Crali e arriviamo agli anni sessanta-settanta del secondo dopoguerra con la tecnica optical, con il gruppo N: c'è Chiggio, Castellani e uno sgargiante Alberto Biasi, prima maniera. «L'intero patrimonio della Fondazione - ha detto il presidente Finotti - è oggetto di un puntuale intervento di studio, documentazione e restauro. E' un patrimonio che esce finalmente dai forzieri per farsi conoscere da tutti».
PADOVA - I capolavori sottratti all'oblio degli archivi. Sono 400 le opere raccolte che raccontano 500 anni di storia dell'arte. Solo 60 torneranno a essere visibili, per molte questa è la prima volta
La Fondazione ha organizzato una mostra di 60 opere d'arte provenienti dal suo patrimonio, che copre circa 500 anni di storia dell'arte. La raccolta è composta da dipinti, sculture e bronzi, e include opere di artisti veneti, emiliani e toscani. La mostra si apre con un'opera di Leandro Bassano e include capolavori come il "telero" di Luca Ferrari e l'assassinio di Assalonne del Guercino. La mostra rappresenta anche la storia della Fondazione, che ha acquisito opere in seguito ad insolvenze e fortune dissolte.
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