In Spagna e in Gran Bretagna lo sanno. In Italia l'impegno del Fai da oltre quarant'anni Sincronizzata, per caso, con le "Giornate di Primavera" del Fai, Fondo per l'ambiente italiano, l'intervista di Guido Moltedo sulla vendita a Benetton del Fondaco dei Tedeschi, sul Canal Grande, ha fatto drizzare le orecchie a Franco Cardini, che a stretto giro di posta ci ha inviato la sua protesta fiorentina per la vendita a Gucci del Palazzo della Mercanzia. Insomma, la domanda che gira è: come lo salviamo questo immenso "giacimento culturale", che né i privati né le pubbliche amministrazioni proprietarie sono in grado di mantenere (vedi sgretolamento di Pompei, lebbra edilizia sull'Appia, sulle Dolomiti, nella Valle dei Templi, nelle Riviere liguri, sequestro degli spazi universali di Roma da orde di osti che sbandierano il loro plateatico come i camerati tassisti le loro licenze e li sottraggono con pedane, sedie, tavolini e funghi a romani italiani e stranieri, che vorrebbero goderli in intimità di silenzio arte e storia?). Ho deciso di farmi la mia personale Giornata di Primavera andando a bere un caffè, seduto, a uno dei tre bar di piazza in Lucina, di fronte alla Bottega Veneta che occupa il piano terra del Palazzo Almagià (a sinistra della basilica), insieme al comando dei carabinieri intitolato a Giovanni Frignani. Mentre ne ripercorrevo la storia (c'era un vecchio film dove una comparsa ne interpretava il ruolo di maggiore dell'Arma, appostato dal ministro della Real Casa Acquarone nello studio dove il 25 luglio Vittorio Emanuele III avrebbe convocato Mussolini per licenziarlo: il maggiore, nascosto dietro una cortina di velluto, faceva appena spuntare la canna della sua arma, diritta sulla testa del duce, tante volte avesse continuato a dare di matto. Poi vennero l'8 settembre, i tedeschi, qualcuno seppe la storia del maggiore e gliela fece pagare alle Fosse Ardeatine. La patria, naturalmente riconoscente, lo promosse tenente colonnello e gli diede la medaglia d'oro. I carabinieri gli intestarono la caserma. Amen), ripassavo la mia vita, dimenticando il caffè. Quando m'accorsi che il palazzo della Bottega Veneta e della Caserma Frignani era scomparso, dietro un elegante trompe l'oeil; dal quale spuntavano i segni di riconoscimento dell'Arma e due splendide immagini di eleganza femminile Ck, Calvin Klein; e grandeggiava una scritta che cominciai a trascrivere, fra sorrisetti di camerieri e avventori: «Questa pubblicità finanzia interamente il restauro dell'immobile retrostante quale bene storico ed artistico di pregio, A COSTO ZERO per l'amministrazione pubblica e per la cittadinanza, avendo utilizzato l'Istituto della sponsorizzazione (ai sensi dell'art. 43 della legge 4491997)". Ottimo. Torno al giornale per rileggere l'articolo 43, senza fare una sosta sullo spazio dell'horologium augusti, che consentiva ai romani di guardare l'ora con l'ombra dell'obelisco poi trasferito a piazza Montecitorio. Che miniera doveva essere questa piazza triangolare, se sotto San Lorenzo e Palazzo Almagià ritrovarono l'Ara Pacis di Augusto, trasferita dal duce sul lungotevere nella teca di Morpurgo e dalla democrazia nel cassone bianco di Meier. Dunque, l'articolo 43 della Legge per la stabilizzazione delle sponsorizzazioni dice: «Al fine di favorire l'innovazione dell'organizzazione amministrativa e di realizzare maggiori economie, le pubbliche amministrazioni possono stipulare contratti di sponsorizzazione e accordi di collaborazione con soggetti privati e associazioni, senza fine di lucro, costituite con atto notarile». Una buona cosa, direi, e pensavo anche a quando scoppiò la polemica dei monopolisti del restauro che forse giudicavano offensiva la pubblicità di Della Valle sul Colosseo: meglio lasciarlo cadere come Pompei che non sconsacrarlo con le scarpe? Guarda tu. Cardini ha ricordato l'esempio della Spagna, che mezzo secolo fa costituì le Paradores Nacionales, una catena di monasteri, palazzi, ville di proprietà dello Stato, consentendo ai privati di restaurarli e trasformarli in alberghi, su cui lo Stato conserva il diritto di proprietà e di sorveglianza. Parte dello scacco matto che la Spagna ci diede nel turismo nasce da quella decisione. Io voglio ricordare la soluzione inglese, il National Trust: un fondo statale che acquista da vecchi aristocratici decaduti i loro castelli e parchi, ne fa beni pubblici, ma consente agli ex proprietari di continuare a usarli vita natural durante, e a rendersi utili: i milord accompagnano i turisti nelle visite, le milady fanno ricami, ricordin i, insomma souvenir del castello da vendere ai visitatori. L'economia è questione d'intelligenza. A quell'intelligenza s'ispirò una quarantina d'anni fa un gruppo di milanesi che fondarono il Fai, Fondo per l'Ambiente Italiano: presidente Maria Giulia Crespi, direttore l'architetto Giorgio Bazzoni. Li intervistavo due volte l'anno. Ricordo il memorabile recupero dell'abbazia di San Fruttuoso, nel golfo del Tigullio, e del borghetto dei pescatori: vi si accedeva solo dal mare, tempesta permettendo, ma una notte nel chiostro risuonò l'orchestra sinfonica. La folla sbarcava nel piccolo approdo da Chiavari, Rapallo, Santa Margherita, Camogli, Genova. In questi giorni il Fai, affidata la presidenza a Ilaria Borletti Buitoni, celebra i 20 anni delle sue visite aperte, le "Giornate di Primavera", appunto, che aprono i beni al pubblico e saranno introdotte il 23 marzo da un messaggio di Giorgio Napolitano. Nel frattempo l'impegno del Fai (acquisizioni, eredità, recuperi, restauri) si estende a 670 monumenti in 256 località. Vi si incontrano, per citare, L'oratorio dei Filippini e Villa Madama a Roma, la Banca d'Italia e il braccio dismesso di San Vittore a Milano, la basilica di San Giacomo a Napoli, Case Sampieri a Bologna, il Castello di Masino tra Ivrea e Val d'Aosta, insomma, opere rientrate così nel circuito dell'arte e dell'economia nazionali. Ed è cambiata la filosofia della Fondazione: non più molti soldi da pochi ricchi di buona volontà, ma pochi soldi da tanti come noi, con un sms da 2 euro o chiamando una rete fissa (45504) per donarne 5 o 10. Fino al 25 marzo. Ci darà Monti un decreto "Salva Belpaese", chiedevamo ieri parafrasando il libro della Borletti Buitoni Per un'Italia possibile? Sarà un'idea stravagante, la nostra, ma ci sembra che l'unica salvezza (quella essenziale) che potrebbe venire da Monti al Belpaese sarebbe trasformare il programma delle opere pubbliche cui sta studiando il sottosegretario Ciaccia in programma di infrastrutture a servizio anche dell'ambiente e dei tesori artistici e culturali. Paesaggio è crescita, arte è crescita, storia è crescita. Altrove, in Europa, è già avvenuto. «Da Napoli a Milano ha ricordato la presidente del Fai , si va in poche ore. Ma quando si devono raggiungere Umbria, Molise, Basilicata allora le distanze appaiono insormontabili». E pensare che otto secoli fa, camminando a cavallo o in lettiga, Federico II, lo stupor mundi che preferiva Palermo alla Germania, fece una sua capitale a Melfi (Basilicata, appunto) e il più bel castello di caccia a Castel del Monte (Murgia pugliese, appunto). Oggi l'imperatore manderebbe i suoi soldati svevi a liberare il Colosseo dalla carnevalata dei falsi centurioni e delle guide abusive; e San Pietro dal suk degli ambulanti, pei quali Italia Nostra ha chiesto, finora invano, di abolire le licenze. Non per affamare alcuno, ma per dare a ogni attività il suo luogo idoneo. Compreso l'Auditorium di Renzo Piano a L'Aquila, dono della provincia autonoma di Trento, da costruire magari senza stravolgere quel che dall'imperatore svevo in poi hanno costruito i secoli e semidistrutto i terremoti. Che, a volte, quanto a distruggere, superano anche gli uomini.
Europa
16 Marzo 2012
Bene pubblico, cura privata. Storia, arte e paesaggio servirebbero anche allo sviluppo economico e a "ridurre lo spread".
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Bene culturale
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