«Liberate la cultura!». Come non condividere il grido dello striscione scritto dal collettivo La Balena, che riunisce a Napoli «lavoratori dello spettacolo e dell'immateriale»? Quello striscione è stato issato sulla sede del Forum delle Culture, occupata dai membri del collettivo. La tristissima vicenda del Forum che galoppa verso una umiliantissima debâcle bipartisan ha avuto almeno il merito di evidenziare i gravi limiti dell'industria culturale attuale: l'acquisizione di 'format' prefabbricati, la gestione diretta da parte della politica, la totale sordità alle autentiche istanze culturali del territorio, il culto dell'evento in sé, lo spreco di preziose risorse pubbliche. Leggendo l'appello della Balena si capisce che dal basso preme una visione diversa, e assai più feconda: «Abbiamo iniziato un percorso costituente fatto di pratiche e idee mirate alla trasformazione radicale dell'attuale meccanismo di produzione e fruizione culturale. Vogliamo imporre il rispetto per la dignità del lavoro di creazione e per coloro che rendono possibile il progredire dell'immaginario desiderante, fantastico, poetico. Vogliamo che la riflessione e la creazione siano i motori dell'azione politica e non strumenti di costruzione di consenso e immagine». Parole assai più cariche di futuro di quelle del 'manifesto per una costituente della cultura' promosso dal giornale di Confindustria, dove (coerentemente con la scala dei valori dell'azionista) si teorizza il primato del denaro sulla cultura: lo slogan è «la cultura fattura». Nel caso del Forum, questa rima evoca piuttosto l'area semantica della 'fattura' intesa come malìa. La cultura porta male: senz'altro a chi la strumentalizza.