Se ci fossero questi presupposti non staremmo a discutere della terrazza ma parleremmo del nostro futuro e di come migliorare convivenza ed equità La politica, la società civile, finanche la magistratura e la stessa classe dirigente locale sta affrontando la vicenda del Fontego dei Tedeschi riproponendo la consueta dicotomia fra i sostenitori della conservazione contro i sostenitori della modernità, trattando la questione su un piano ideologico di poca utilità alla città. Le intenzioni e i contenuti di quest'operazione sono chiari a tutti, così come i principali attori. Investitore è Benetton, archistarè Koolhaas, e le due istituzioni che ci rappresentano sono il Comune sul piano urbanistico locale e la Soprintendenza sul piano nazionale di tutela del Bene. Meno chiaro è come interagiscono i soggetti fra loro. La Soprintendenza deve garantire le migliori condizioni per tramandare alle future generazioni il bene culturale che è Venezia, questo è il suo compito, e quando si esprimerà sulla conformità della demolizione del lucernaio anni '50 o sull'apertura del tetto proposta da Koolhaas, dovrà tenere conto dello spirito dei tempi e del rispetto del passato senza farsi influenzare dalla politica, dall'associazionismo, dai mass-media o dalla opinione pubblica. Affermo questo perché, vista l'animosità del dibattito e i pasticci comunicativi, temo che si ripropongano alcuni rovinosi schemi del passato, come quando si bloccò il Memorial Masieri di Wright sul Canal Grande. Mi auguro che invece continui l'apertura verso una contemporaneità intelligentemente calibrata su Venezia, come nel caso dei progetti delle residenze Junghans o di Punta della Dogana. Il ruolo del Comune invece è diverso. Ci rappresenta. Fin dall'inizio la preoccupazione principale è stata attrarre l'investimento e fissare condizioni economiche vantaggiose sul cambio di destinazione d'uso, lasciando sfuocata la definizione di funzioni e servizi pubblici che saranno ospitati nell'edificio. Le uniche garanzie ottenute, per ora, sembrano riguardare i servizi pubblici - cioè i bagni pubblici - e l'ingresso libero al centro commerciale (certo non è un grande risultato se pensiamo alla funzione di un centro commerciale). Invece non è chiaro come sarà gestito il piano dedicato all'artigianato locale (negozi di specialità veneziane?). Il centro del problema è proprio questo: la mancanza di richieste utili per la città, se non "i schei". Forse i soldi incassati aiuteranno a mantenere i servizi comunali esistenti, importantissimi, ma in un'ottica più ampia questa strategia tende solo a procrastinare una lenta agonia del welfare comunale, che avrà sempre meno risorse. Di questa vicenda sembra essere chiaro solo che il Comune incasserà dei soldi ottenendo in cambio cessi pubblici. Un'opportunità sprecata per lanciare un'innovativa visione pubblico-privata sul futuro di Venezia che sia capace di superare l'unicità del modello che sta trasformando la città in centro commerciale, hotel o location di un mecenatismo esogeno. Abbiamo urgente bisogno di una politica che prenda Benetton e Koolhaas, li faccia sedere intorno ad un tavolo e dica: «Voi questa operazione la fate ma il progetto deve essere un dispositivo per rivitalizzare questa città. Due piani di Rinascente li fate, ma poi abbiamo bisogno di un asilo nido, un centro anziani, un incubatore di imprenditoria giovanile. Il ristorante sul tetto lo fate ma dovrà privilegiare prodotti agricoli della laguna e dell'intorno, e per favore mi spostate qui anche una sede della vostra fantastica agenzia di comunicazione Fabrica almeno per tre anni. Guadagnerete un po' meno soldi ma ne guadagnate in immagine». Se ci fossero questi presupposti sono sicuro che il dibattito cominciato da Settis si sarebbe elevato su un livello progettuale utile per la città e oggi non staremmo a discutere della terrazza ma parleremmo del nostro futuro e di come mantenere e migliorare convivenza ed equità nello scenario di drammatica riduzione delle risorse pubbliche che si prospetta nei prossimi anni.