È noto che l'Italia detiene il più vasto patrimonio dei beni culturali, artistici e architettonici nel mondo. A tale primato corrisponde un elevatissimo livello nell'elaborazione storiografica e teoretica sulle tematiche della tutela e del restauro. Eppure, in contrasto con tale oggetiva eccellenza, il nostro paese si contraddistingue per il più basso grado di efficienza nella concreta prassi della conservazione del patrimonio storico ereditato. Lo comprovano in maniera eclatante da un lato la preoccupante sequenza dei crolli che continuano a scalfire lo scenario archeologico di Pompei anche dopo il traumatico crack della Schola Armaturarum, dall'altro l'assurdo abbandono del centro storico di L'Aquila a tre anni dal terremoto del 6 aprile del 2009. Questi due scandali rappresentano, purtroppo, solo la punta di iceberg di un diffuso abbandono dei monumenti alle ortiche. Non può valere come alibi la carenza delle risorse finanziarie. E ciò non foss'altro perché il patrimonio storico rappresenta un «valore», non solo in senso culturale. In tempi di crisi economica, a maggiore ragione si impone l'estremo rigore della politica nel prescegliere le priorità degli investimenti nell'interesse collettivo. Non è dunque inutile interrogarsi sulle ragioni che ostacolano la trasformazione delle buone idee sulla tutela nella tangibile concrettezza delle opere di restauro realizzate. «Confronti» è il titolo del periodico, promosso dalla soprintendenza per i Beni Architettonici di Napoli, che sarà presentato oggi (ore 16) nell'aula magna di Palazzo Gravina, con una tavola rotonda alla quale partecipano tra gli altri Gregorio Angelini (Direttore Regionale per i Beni Culturali della Campania), Dieter Mertens (già direttore del Deutsches Archliologisches Institut di Roma) e Vieri Quilici (autore di un acuto saggio su «La vita delle opere. Una riflessione e vari pretesti sulla durata in architettura», Palombi editori, Roma 2011). Il tema affrontato in questo primo «quaderno di restauro» (edito da Arte'm, con notevole raffinatezza grafica) verte sull'Architettura allo stato di rudere. Con una sagace scelta redazionale, il convenzionale editoriale programmatico è stato surrogato da un serrato dialogo tra il soprintendente Stefano Gizzi e lo storico di chiara fama Giuseppe Galasso. Anche alla luce dell'esperienza sul campo (maturata a suo tempo come sottosegretario del ministero per i Beni Culturali) , Giupeppe Ga-lasso riporta il confronto con i piedi sulla terra, senza indulgere nella retorica delle parole alate. Segnalo per brevità solo due consigli prtatici desumibili dalla vasta disamina sul tema (che partendo dallo scempio della Valle dei Templi ad Agrigento, rievoca altri casi emblematici dell'aggressione agli antichi paesaggi). Ai fini di un'efficace salvaguardia del patrimonio storico viene innanzitutto ribadita la necessità di procedere prioritariamente alla manutenzione ordinaria prima ancora che agli investimenti miranti alla presunta valorizzazione, in secondo luogo viene suggerito di tenere distinti i problemi inerenti alle «opportunità e possibilità operative» dagli astratti enunciati estetizzanti sul fascino delle rovine. A sua volta, Stefano Gizzi - citando Marc Augé - sottolinea la differenza sostanziale tra macerie e rovine. «Le macerie accumulate dalla storia recente e le rovine nate dal passato non si assomigliano. Vi è un grande scarto tra tempo storico e... tempo puro». Negli ultini decenni le macerie sono state prodotte prevalentemente dalle bombe dei conflitti bellici o dalle catastrofi sismiche. Stella Casiello ha recentemente dedicato una sistematica ricognizione esegetica a scala europea su d Ruderi e la Guerra. Memoria, ricostruzioni, restauri» (Nardini Editore, Firenze 2ou). Sabato mattina al Blu di Prussia sarà la stessa Casiello a presentare - insieme ai colleghi Aldo Aveta e Renata Picone - l'ultimo libro di Renato De Fusco, che reca il titolo Restauro. Verum factun dell'architettura italiana. (Carrocci Editore, Roma 2012). Per una coincidenza (forse non casuale) questa settimana sarà insomma caratterizzata da una concatenata sequenza di confronti sulle teorie e sulle prassi di una disciplina di fondamentale importanza per la difesa della nostra memoria collettiva. A scanso di equivoci, De Fusco chiarisce il senso della nota formula di Giambattista Vico eletta a paradigma delle sue tesi. Anche per il Restauro dovrebbe valere il principio che «l'uomo può conoscere solo ciò che egli stesso ha fatto, perché la conoscenza di una cosa è la conoscenza della sua genesi». Certo, tale principio non elide la pluralità delle definizioni dottrinarie e delle conseguenti tecniche operative, come accade in ogni ambito scientifico. In tal senso l'autore sottopone a una rassegna critica le diverse teorie che sono state proposte e dibattute nel corso del tempo, dal mondo antico all'età contemporanea. In breve, il punto di vista sostenuto (con piglio polemico) è che non può esserci vera tutela senza un progetto che includa tra le sue competenze anche l'innovazione tecnica. Senza perifrasi, però, De Fusco dichiara fin dalla premessa: «questo saggio vuole essere un "elogio del restauro" fondato su una delle poche certezze italiane: il già citato patrimonio di fabbriche e di beni culturali che va comunque tutelato e innovato».