Contenitore e contenuto, forma e sostanza: Arcus spa è il contenitore che attualmente gestisce per conto del Ministero dei beni culturali e di quello per le infrastrutture i finanziamenti per la cultura previsti dalla legge 2892002. Prima di tutto, è bene chiarire che la destinazione del 3 dei finanziamenti alla cultura e l'esistenza di Arcus sono due questioni indipendenti e non necessariamente accumunate dallo stesso destino: la sostanza, quindi, non si esaurisce nella forma. Tant'è che i finanziamenti furono stabiliti con la legge finanziaria del 2003 mentre Arcus fu istituita solo un anno più tardi (con la legge 2912003). Ciò di cui si deve oggi discutere è lo strumento Arcus. Quel che pensiamo di Arcus lo abbiamo già chiarito nel 2006 in un libricino dal titolo «Beni di tutti e di ciascuno» nel quale, tra l'altro, si analizzavano i pregi (pochi) i difetti (moltissimi) del sistema messo in piedi dalla coppia Urbani-Lunardi. A proposito di difetti si deve partire dalla reale consistenza dei fondi derivanti dalle infrastrutture. Essi sono assai inferiori a quelli che vengono poi attribuiti ad Arcus che, in realtà, opera grazie ai mutui contratti con la Cassa Depositi e Prestiti, e garantiti dal modesto tesoretto messo a disposizione dal Ministero infrastrutture e trasporti (nel 2004 la proporzione era di 10 a 1). Il gioco di prestigio consiste nel fatto che la restituzione dei mutui e degli interessi è posta interamente a carico del bilancio statale e dunque a carico del Mibac. I progetti da finanziare non sono però scelti dagli organi tecnico scientifici del ministero: essi non rientrano neanche necessariamente all'interno della programmazione ordinaria o straordinaria del dicastero. Perciò è evidente che l'azione di Arcus non è omogenea alle politiche culturali pubbliche. Certo, molto è stato corretto nel tempo: ora almeno, dopo 6 anni di funzionamento «spensierato», c'è un regolamento e non c'è dubbio che, come dice Emiliani, Ortona sia persona di qualità. Ma alla fine la questione di fondo è mettere al sicuro i denari e come minimo rivedere profondamente i meccanismi di funzionamento di Arcus. Meglio ancora sarebbe, secondo noi, riportare i fondi nella programmazione del ministero, magari adeguando i suoi sistemi di spesa: i fatti dimostrano che da questo punto di vista c'è un'inefficienza dell'amministrazione statale. Magari cogliendo anche l'occasione per dedicare una parte di quei denari allo sviluppo della creatività e delle industrie culturali che sopravvivono malgrado l'indifferenza delle politiche pubbliche. Tra l'altro, mentre nel resto d'Europa si creano organismi pubblici dedicati alla promozione della contemporaneità, in Italia abbiamo perduto la Direzione Generale per l'arte e l'architettura contemporanea. Senza dimenticare che nel 2010 il Dipartimento Cultura del Pd propose, inascoltato, di destinare tutti i fondi Arcus, per almeno un triennio, al restauro dei beni culturali dell'Aquila. Oggi, mentre imperversa la polemica su «Arcus sì o Arcus no», si rischia di perdere di vista la delicata vicenda del decreto su Roma capitale, di cui si discute in Parlamento. Speriamo si correggano gli svarioni giuridici nel testo originario che produrrebbero danni incalcolabili al patrimonio culturale romano il quale è patrimonio dell'umanità. E si rischia di dimenticare la sorte del Consiglio Superiore per i beni culturali e paesaggistici ora in scadenza: un'istituzione, nata per essere indipendente e perciò autorevole, e ora ridotta dalle continue riforme ad un organismo troppo dipendente dalla politica.