Cara Europa, passo ogni giorno in macchina a fianco del Colosseo per dirigermi dal centro a via Appia nuova, dove abito, e assisto all'orrido kitsch che circonda il più conosciuto monumento del mondo, nell'area archeologica storicamente più importante del mondo, tra Campidoglio, Palatino e Colle Oppio. Ridicoli personaggi vestiti da gladiatori o centurioni con gladi, corazze ed elmi di cartapesta fin dai bordi dell'Altare della patria, statue viventi ossia persone mascherate da statue argentate o dorate che si aggiungono, immobili o quasi, a quelle degli imperatori lungo la via dei Fori, aiuole con fiori violenti rossi o gialli che non c'entrano niente col rigoroso colore di storia dei travertini e dei marmi e coi lastricati. Ricordo quanto baccano si fece per consentire a Della Valle di farsi pubblicità, com'è legittimo, assumendosi gli oneri del restauro del Colosseo. E invece consentiamo tutto a un'amministrazione comunale di ex balilla, a una sovrintendenza al verde o ipocondriaca, a turisti che non sanno niente e a concittadini che sanno ancor meno o poco, di sciamare, come le pecore sull'Appia Pignatelli, tra gelatai, venditori di coca, di tramezzini e di pop corn. Perché non fate qualcosa? NERINO STAFFI, ROMA Proprio in questi giorni, caro Staffi, si sta svolgendo su Europa un dibattito sulla tutela pubblica del patrimonio artistico della nazione. Non mi riferisco alle recenti denunce (anche in questa rubrica di Lettere) dei saccheggi di Cerveteri e dello sgretolamento di Pompei, che hanno destato l'interesse di qualche intellettuale, anche se non dei politici; ma al problema se concedere ai privati la massima pubblicità attraverso il restauro a loro spese del monumento, lasciandone pubblica la proprietà, o se trasferire ai privati la proprietà e quindi l'uso e il costo del restauro e della manutenzione: dibattito partito con un'intervista di Moltedo allo psicoanalista Semi su un caso veneziano e proseguito da Cardini su analogo problema fiorentino. Naturalmente continueremo, e io spero di essere quarto o quinto fra cotanto senno, dedicando qualche riflessione al Fai (Fondo per l'ambiente italiano), fondato nel 1975 dalla presidente Maria Giulia Crespi e dall'architetto Bazzoni, sul modello del National Trust britannico. Negli anni successivi alla Fondazione, le dedicai molti articoli sul Giornale di Montanelli (che con Giulia Maria non era in grande amicizia per via di un precedente conflitto sulla linea del Corriere della Sera): e lo feci con convinzione, perché avevo visto in Gran Bretagna i vantaggio che il National Trust aveva offerto alla conservazione del patrimonio del paese (specie alla manutenzione dei castelli, che l'aristocrazia impoverita non poteva più mantenere e cedeva in proprietà al Trust, conservando il diritto di abitarvi e dedicandosi alle visite guidate dei turisti). Ricordo lo stupendo recupero che il Fai fece dell'abbazia di San Fruttuoso, in una insenatura del promontorio di Portofino, a cui si accede solo dal mare e che spesso, nei giorni tempestosi del Mar Ligure, resta isolata della sua bellezza gotica, come nei secoli. Da allora sono passati circa quarant'anni, nei quali il Fondo per l'ambiente ha recuperato con rigore filologico, e reso fruibili a italiani e turisti, 670 capolavori del Belpaese. Ecco perché ha molta ragione la presidente Ilaria Borletti Buitoni, che da due anni ha preso il posto della signora Crespi, di invocare un "decreto Salva-Belpaese", per dar fiato all'Italia seria, innamorata e orgogliosa della sua storia e delle sue opere, da non confondere con le carnevalate che offrono della nostra amata capitale un'immagine plebea, volgare, ignorante, costruita per la foto ricordo (false carni, oro falso e falsa gioia, diceva il verso del poeta risorgimentale Giuseppe Giusti, deplorando la dicasterica peste arciplebea che riempiva le capitali degli stati e staterelli italiani e dava polvere negli occhi ai sudditi). Martedì la signora Borletti Buitoni ha presentato al Collegio Romano le giornate primaverili del Fai, insieme al suo libro Per un'Italia possibile (ed. Mondadori). Mi auguro che anche su questo specifico aspetto della tutela del nostro patrimonio il ministro Ornaghi, rompendo la sua discrezione, voglia far conoscere le sue idee. Servirebbero anche a rianimare una fase politica in cui i pubblici poteri sono presi (giustamente) dalla politica della lesina. Ma anche la più che sobria Destra storica, che di quella politica fu sacerdotessa, riuscì a reperire i mezzi per ridare Roma all'Italia ed estendere a tutti l'istruzione elementare obbligatoria. Federico Orlando
Dopo il salva-Italia Monti ci darà il "salva-Belpaese"?
Il giornalista Federico Orlando scrive un articolo in cui esprime la sua preoccupazione per la tutela del patrimonio artistico italiano, in particolare il Colosseo. Orlando sostiene che la proprietà del Colosseo è stata trasferita ai privati, che sono in grado di restaurare e mantenere il monumento, ma che questo non è sufficiente per garantire la sua tutela. Orlando ricorda la fondazione del Fondo per l'ambiente italiano (Fai) e il suo ruolo nel promuovere la conservazione del patrimonio italiano. Il presidente del Fai, Ilaria Borletti Buitoni, ha presentato un piano per "salvare il Belpaese" e Orlando sostiene che questo piano è necessario per garantire la tutela del patrimonio italiano.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo