C'è un Nero Fiorentino che da ieri sembra essere entrato nella storia della pittura italiana. Non è un artista, come il blasonato Rosso (al secolo Giovan Battista di Jacopo); è soltanto un colore, composto da manganese, ferro e altre sostanze atipiche e soprattutto uniche. Quasi una firma, ipotizzano gli esperti, quella di Leonardo da Vinci. «La stessa composizione chimica spiegano è stata rinvenuta e analizzata in alcuni dipinti del Maestro conservati al Louvre». E tra questi c'è anche la Gioconda. Tracce di Leonanio, dunque, dietro la parete est del Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio, nascoste in un'intercapedine che a volte, come svelano i filmati mostrati ieri delle microsonde luminose, sfiora i pigmenti ad appena un centimetro di distanza. E da mezzo millennio li nasconde. Una parete protettiva, voluta dal Vasari (che ristrutturò Palazzo Vecchio) probabilmente per salvare il lavoro di Leonanio. C'è anche un altro muro, retrostante, senza «pietre a vista». Lì dietro, ipotizzano gli esperti, c'è l'intonaco sul quale Leonardo dipinse. Qualcosa di più di indizi, qualcosa di meno di prove certe. Nessuno ancora può dire oggi se lì si nasconda realmente la Battaglia di Anghiari, il dipinto perduto o imprigionato dalla ristrutturazione di Giorgio Vasari, eppure da ieri ci sono alcune certezze. La prima è che dietro la parete e la maestosa Battaglia di Scannagallo del Vasari, non c'è il niente pittorico, bensì colori: quel nero unico, ma anche rosso e un beige applicato alla parete con un pennello. La seconda certezza (sia pure non ancora ufficiale) è che l'indagine voluta con tenacia dall'ingegnere Maurizio Seracini, professore all'Università di San Diego in California, citato nel bestseller di Dan Brown Il Codice Da Vinci, continuerà. «Perché adesso c'è da capire quanto di quel dipinto è rimasto spiega il sindaco di Firenze, Matteo Renzi e se l'opera può tornare a essere, in parte, quel grande capolavoro che la letteratura del tempo ci ha testimoniato. Ho già contattato il ministro della Cultura, Lorenzo Ornaghi, mi ha detto che verrà. Gli ho chiesto nuovi permessi per continuare ed esplorare le fratture del muro con le microsonde. Stavolta entreranno in quella parte del dipinto già restaurata nell'Ottocento e nel Novecento. E come sempre non deturperanno nulla. Sveleranno. Ci diranno l'ultima verità». Ieri, in una conferenza stampa affollatissima nel Salone dei Cinquecento, sono stati presentati i risultati delle prime indagini. Grande ottimismo, ma anche la consapevolezza di camminare ancora in bilico tra verità e ipotesi. Come dice Marco Ciatti, direttore dell'Opificio delle Pietre Dure. «Che dietro la parete ci sia Leonardo e quanto la sua opera sia visibile sono ipotesi ancora tutte da dimostrare», dice l'esperto che comunque ritiene validi ed eseguiti con tutti i crismi della scientificità gli esami chimici sui pigmenti. Le analisi non sono firmate dal blasonato Opificio, ma da un laboratorio di Pontedera. «Sono lì, a disposizione di tutti, insieme a carte, immagini e video spiega Renzi . Chi critica e nega la scientificità della ricerca può controllare, accedere al materiale e farsi un'opinione sul campo. E non sulle chiacchiere». Già, i detrattori. Tanti. Cinquecento, proprio come il blasonato Salone di Palazzo Vecchio. Nomi illustri dell'arte mondiale. Firmatari di un appello per fermare una «pseudoricerca» giudicata soltanto un'operazione di marketing per intascare (il Comune) 250 mila dollari cash dal generoso portafoglio della National Geographic Society, che ha finanziato la ricerca e trasmetterà un documentario martedì 20 alle 21 sul canale 403 di Sky. Come Tomaso Montanari, docente di Storia dell'Arte all'Università di Bologna. «La conferenza stampa di Palazzo Vecchio ci ha riportato a una dimensione pregalileiana della conoscenza denuncia . Si chiede di "credere", non di verificare un risultato scientifico. Se davvero i dati sono così clamorosamente a favore della presenza della Battaglia di Anghiari, Seracini avrebbe avuto tutto l'interesse a far ripetere gli esperimenti all'Opificio: perché non lo ha fatto? Per come sono stati forniti, questi dati non cambiano la situazione di una virgola». A Montanari fa eco Bruno Zanardi, professore di Teoria e tecnica del restauro all'Università di Urbino, uno dei massimi esperti italiani del settore: «il nostro Paese aspetta ancora, dopo l'alluvione di Firenze del 1966, un piano serio di tutela del patrimonio artistico. E invece si spendono soldi per cercare l'introvabile o l'inguardabile. Ci sono testi che ci raccontano che se la "Battaglia" c'è, è probabilmente una grande macchia». Seracini e la sua équipe rispondono alle critiche con dati e cifre. E un enorme database di immagini termografi-che e radar, altre scattate con un microscopio elettronico. Una curiosità: i pigmenti sembrano essere stati aggrediti dalle fiamme. E qui ancora una volta storia e leggenda si fondono e raccontano di un incendio partito dal braciere di Leonardo (usato per fissare i colori) che avrebbe danneggiato irrimediabilmente la «Battaglia». Forse il cammino verso la verità sarà ancora lungo e faticoso.