Oggi c'è bisogno di una cabina di regia istituzionale diretta dal capo del Governo nella quale trovino posto imprenditori privati e fondazioni bancarie Parlare di cultura e di beni culturali in Italia è un po' come parlare di gas in Russia o in Algeria oppure di telefonia e affini in Finlandia. Il must del nostro Paese è infatti quel patrimonio culturale materiale e immateriale che lo fa «bello e santo» al pellegrin che lo visita, un po' alla stregua dei Sepolcri foscoliani. E sta un po' qui il nodo del problema: la storia civile, politica e culturale dell'Italia, scolpita sulla pietra del Tempo, ma immortalata nella Memoria del mondo, da Oriente a Occidente, da Nord a Sud, segna, per tutta l'umanità, come da «non perdere» ogni cosa che sta o che viene dall'Italia. Coloro che non hanno colto tutto ciò sono proprio gli italiani, presi un po' dall'abitudine alla Bellezza nella quale sono immersi, un po' da una primaria preoccupazione a declinare le priorità del proprio Paese in ragione dei bisogni e non per la loro essenzialità ontologica. Se a un italiano, della strada o del Palazzo proviamo a chiedere di elencare le prime cinque priorità dell'Italia, certamente la cultura e i suoi beni non li troveremo mai fra esse, come non troveremo mai tutto ciò che attiene alla formazione e alla ricerca scientifica. Ritengo pertanto un merito indiscusso del Sole 24 Ore avere lanciato non tanto l'idea, quanto piuttosto avere rimesso al centro del tavolo questi temi, in un momento in cui lo sport principale del Paese, a tutti i livelli, è quello di guardarsi in tasca e magari guardare prima nelle tasche del vicino. Non credo che serva a nulla se anche io mi accodo al coro di quanti, autorevolmente, hanno già mostrato la centralità e l'interesse della questione. Penso piuttosto che valga la pena capire come parlare di cultura e dei suoi beni non sia affatto molto diverso che parlare di economia, di sicurezza e di salute. Per capirlo sarebbe sufficiente che avessimo un po' più frequenza con i sistemi internazionali: l'Unesco, per esempio, è un organismo, ma ormai soprattutto un brand certificato, che permette, a chi lo può esibire, di accrescere il valore economico, materiale e immateriale, dei propri beni culturali. Al solito lo hanno capito prima e meglio di noi i Paesi in via di sviluppo, quando hanno ottenuto l'estensione della categoria di bene culturale riconoscibile come «patrimonio dell'Umanità» anche ai «paesaggi culturali», in modo integrativo - vorrei dire "rabbiosamente" alternativo - ai beni storico-artistici, prerogativa invece storico-culturale delle "ricchezze" imperialistiche. Così il Parco nazionale di Kakadu in Australia può essere annoverato come un «bene dell'Umanità» alla stessa stregua di Venezia o della piazza dei Miracoli di Pisa o di Pompei. La questione è innanzi tutto politica. È infatti politica la decisione di investire le risorse, economiche, finanziarie e umane, di un Paese in un settore prima e piuttosto che in un altro. E, ancor di più, c'è una responsabilità storica: vale la pena dirlo alla vigilia della conclusione dell'anno del 150 anniversario della nostra Unità, in quanto la tendenza al sorpasso della cultura da parte di qualsiasi altro settore strategico del Paese è anche essa "storica". A mia memoria, cioè, non risulta che i governi dell'Italia unita abbiano - anche se con diverse responsabilità - mai posto questo settore dello sviluppo nazionale nelle dovute priorità. Ora, senza banalizzare o semplificare troppo, credo che un Paese in cui la creatività e la poietica (dal verbo greco poiéin, fare) sono da sempre le cifre dell'industria culturale italiana, anche prima che venisse coniata quest'espressione, risulta singolare come esse non siano mai state "curate" da coloro che avevano nelle loro mani le sorti dell'Italia. Curare non vuol dire farne bandiera o metterle in vetrina, piuttosto vuol dire fare sistema e dare loro un reticolo di sostegno a tutti i livelli istituzionali e civili. Credo che oggi in Italia - anche ai fini di un'adeguata rappresentazione internazionale della nostra cultura e dei suoi prodotti, oltre la banale filosofia espositiva delle mostre o retorica dei convegni - si debba pensare a una cabina di regia, della quale debbono far parte non solo i settori ministeriali più prossimi, come i Beni culturali o l'Istruzione, l'Università e la ricerca, ma altri settori come lo Sviluppo economico, le Infrastrutture, il Turismo e - perché no? - gli Esteri, l'Economia, l'Ambiente. A questa immaginaria, ma non troppo, cabina di regia dovrebbero essere associati anche imprenditori privati e Fondazioni bancarie, soggetti cioè rilevanti perla loro incisività non solo finanziaria, ma anche territoriale, essendo mediatori di interessi e di risorse sparse in tutto il Paese e spesso prive di effettivi coordinamenti strategici. A chi questo compito? In un Paese "normale" - pensiamo, per esempio alla Francia, al di là di ogni tentazione nazionalista - sarebbe il compito proprio del Capo del governo, che dovrebbe fare dell'azione perla cultura dell'Italia il suo manifesto politico. L'autorevolezza dell'attuale presidente potrebbe anche essere l'occasione favorevole: sarebbe davvero il sigillo culturale di un Governo, capace di recuperare anche il significato più autentico di "tecnico", che nell'antica Grecia era identificativo proprio dell'arte, che veniva denominata techné.
La cultura come priorità politica
L'autore sostiene che la cultura e i suoi beni non sono una priorità per l'Italia, a differenza di altri Paesi. Il problema è che la storia e la cultura dell'Italia sono state trascurate e non sono state valorizzate come dovrebbero essere. Il Sole 24 Ore ha lanciato l'idea di mettere al centro del tavolo la cultura e i suoi beni, ma non è stato sufficiente. L'autore pensa che la cultura sia altrettanto importante dell'economia, della sicurezza e della salute. L'Unesco è un esempio di come i Paesi in via di sviluppo abbiano capito l'importanza di valorizzare i propri beni culturali.
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