A rischio la memoria del bacino del Mediterraneo fino al Settecento. Si stanno perdendo i capolavori del Medioevo L'appello del direttore: aiutateci, mancano i soldi anche per le bollette Codici miniati che si stanno sfarinando. Carte antiche in disfacimento e che non possono essere scannerizzate. E l'ultima medievista sta per andare in pensione. E' il quadro tragico dell'Archivio di Stato, memoria di millenni di storia della nazione che rischiano ora di essere perduti per sempre. Basterebbero fondi. Invece sono arrivati i tagli per la cultura e così si rischiano di perdere, per sempre, opere che valgono miliardi. Anche perché, come spiega il direttore Eugenio Lo Sardo, qui c'è «la storia del bacino del Mediterraneo fino al 1700. È tutta qui, per i periodi successivi ci sono gli archivi spagnoli e francesi». «Ma noi riusciamo a fatica a pagare le bollette di luce e gas», dice Lo Sardo. E vicino a lui c'è il Liber Regulae: per fermarne il degrado servirebbero dai 20 ai 50 mila euro. Non ci sono. «Noi cerchiamo finanziatori stranieri», confessa Lo Sardo. Edoardo Sassi L'oro vero si sta cancellando per sempre. E si sfarina in tanti pezzetti davanti agli occhi del cronista attonito. Anche il lapislazzulo, blu di settecento anni fa, si sta visibilmente sbiadendo. Stessa triste sorte per il rosso minio. Tutto come in una famosa scena del film «Roma» di Federico Fellini. Ma in quel fotogramma di fantasia il regista immaginava che a sparire per sempre fossero affreschi romani rinvenuti durante scavi alla metropolitana. Nella realtà una mattina di marzo, ore 12, nello straordinario Complesso borrominiano di Sant'Ivo alla Sapienza, alla presenza di quattro persone a perder pezzi è invece un capolavoro unico dell'arte medievale, un preziosissimo codice miniato della metà del Mille e Trecento, il Liber Regulae dell'Ospedale Santo Spirito, uno dei tesori conservati nell'Archivio di Stato di Roma, struttura dipendente da quel ministero per i Beni Culturali funestato negli ultimi tre anni da tagli per circa un miliardo. «E le conseguenze sono tragiche»: il grido di dolore è del direttore Eugenio Lo Sardo. «Mi domando cosa siamo diventati. Risposta: un Paese di selvaggi». E quella del salvataggio del Liber, stima economica sui 10 milioni, è solo una delle tante emergenze di questa struttura che conserva gran parte della memoria scritta non solo di Roma, ma del mondo intero. «La storia del bacino mediterraneo fino al Mille e Settecento spiega Lo Sardo è conservata qui, solo dopo subentrano archivi spagnoli e francesi. Indietro nel tempo è tutto o quasi tutto da noi. L'intera cartografia dello stato Pontificio, ad esempio. Guardi, queste sono le prime carte della Cina, preziosissime, in partenza per Macao, dove saranno esposte in una mostra, ovviamente non a spese nostre, ma dei cinesi. Molte cose sono state digitalizzate con scanner speciali, frutto di vecchi finanziamenti a singhiozzo. Digitalizzare tutto? Magari, sarebbe impossibile, non abbiamo soldi. Pensi che molto materiale era stato messo in linea. Poi via, tolto. Non ci sono più soldi neanche per gestire l'informatizzazione, per i necessari aggiornamenti dei software. Con un vecchio progetto eravamo riusciti a creare una banca dati di 125 mila file. Sta lì, inutilizzata. Non ci sono più risorse per rimettere i file on line. Forse, dico forse, ci riusciremo a breve, ma destinando a questo obbiettivo i pochi soldi riservati alla spolveratura della carta. Andiamo avanti così. Pari o dispari. Una follia». Intanto i fondi ordinari per i restauri, «necessari come l'aria», sono stati azzerati. Personale da anni ridotto alla metà di quello previsto in organico: «Si finanzia qualcosa, ma solo qua e là su progetti speciali. Intanto migliaia di documenti antichi si disfano, la memoria storica di un'intera nazione rischia di essere persa per sempre». Solo a voler essere venali, milioni di euro che se ne vanno in polvere? «Dica pure miliardi, non abbia paura a scriverlo, non è un'iperbole. E non sto a dirle risponde il direttore quante carte non apriamo più perché se lo facessimo andrebbero perse». Dunque miliardi di valori conservati, e però all'Archivio di Stato di Roma non si riescono a pagare le bollette. Marzo 2012: «Pochi giorni fa dice Lo Sardo sono riuscito a saldare i debiti per luce e gasolio del 2009, grazie a qualche alchimia contabile». Testimone di questo cahier de doléances, il Liber Regulae, poggiato sul tavolo col suo bestiario fantastico e altri soggetti di vita ospedaliera dipinti da un artista anonimo, forse d'area avignonese. Assurdità della sorte, per salvarne le pagine e fermarne il progressivo degrado servirebbe una modica cifra, dai venti ai 50 mila euro: «Un restauro a oggi è sconsigliato, ma occorre procedere al più presto allo scioglimento della rilegatura del XVII secolo che sta facendo sì che i fogli di pergamena di cui è composto il volume si stiano arricciando, motivo della perdita dei colori. Arcus, che ci finanziò una mostra su documenti di Caravaggio, aveva promesso anche qualche soldo per il Liber ma... Sto cercando finanziatori stranieri, ma dovremmo allestire almeno un sito e per noi è un lusso anche internet. Forse una sottoscrizione tra cittadini, chissà, e anche voi della stampa potreste darci una mano». La storia L'Archivio di Stato di Roma, diretto da Eugenio Lo Sardo, ha sede nel Complesso di Sant'Ivo alla Sapienza in Corso Rinascimento, costruito tra Cinque e Seicento in parte da Francesco Borromini. Inizialmente, per risolvere il problema di concentrare in una sede le carte dei cessati uffici dell'amministrazione pontificia, dopo il 1870 l'Archivio trovò una prima collocazione in Palazzo Mignanelli. Nel 1936, in seguito al trasferimento dell'università di Roma La Sapienza nella nuova cittadella di studi progettata da Marcello Piacentini, il monumentale complesso fu assegnato all'Archivio di Stato di Roma, istituito con regio decreto nel 1871 col compito di conservare, oltre agli atti degli organi centrali dello Stato pontificio, archivi giudiziari e notarili romani, e atti di uffici statali con sede nella provincia.