Stéphane Lissner Sovrintendente e Direttore artistico del Teatro alla Scala Nella imponente risposta che il Manifesto della cultura lanciato dal Sole 24 Ore ha sollecitato, ho letto parole che da tempo sognavo di leggere, in particolare nella lettera con la quale tre ministri del nostro Governo - Lorenzo Ornaghi, Corrado Passera, Francesco Profumo - hanno sottoscritto i motivi di questa chiamata a raccolta. Lo Stato è disposto ad accogliere di nuovo la cultura fra i suoi primi pensieri. Così siamo invitati a credere. Ma la promessa non nasconde il tema che scotta, in questo momento difficile dell'Italia in una Europa che finora ha costruito un'unione economica, peraltro imperfetta, non certo un'unione culturale, non un'Europa dei valori e delle idee comuni: quanto costa la cultura e quanto siamo disposti a spendere per far sì che continui ad alimentare quell'area di pensiero che rende la vita migliore, o addirittura degna di essere vissuta? Una inarrestabile curva discendente fotografa l'impegno dello Stato e degli Enti pubblici nel sostegno al teatro d'opera e a ogni forma di espressione della cultura nazionale. La riforma che nel 1998 trasformò i vecchi Enti Lirici in Fondazioni aveva uno scopo: costringere i teatri a "mettersi sul mercato" per cercare nel privato risorse nuove. Ma lo spirito della riforma era che quelle risorse servissero per produrre di più e meglio, non per sostituirsi al sostegno pubblico. Oggi quel principio è quasi completamente ribaltato. Nel 1998 i contributi dello Stato e degli Enti locali rappresentavano il 61 del bilancio della Scala, nel 2011 sono scesi al 46, nel 2012 al 37,5 per cento. Lo Stato si attesta al solo 25 per cento. È una percentuale compatibile con lo slogan comodo e a buon mercato del "gravare sulle spalle dei contribuenti"? Anche considerando che, a fronte di circa 30 milioni di contributi statali, nel 2011 la Scala ha "restituito" 36 milioni di tasse? I privati. Da loro ci attendiamo che non siano né mecenati né mercanti, ma cittadini consapevoli, al servizio di un'impresa che produce merce strana eppure necessaria alla vita di tutti, ogni giorno. I moltissimi soci fondatori, sponsor e sostenitori privati, che danno alla Scala ben 30 milioni di euro a stagione, li ho sempre visti agire secondo questo spirito: come civil servant di un teatro pubblico in cui si riconoscono perché credono nel suo progetto artistico, concreto e chiaro, e nell'istituzione. Il loro contributo, insieme ai 32 milioni di abbonamenti e di biglietteria, porta l'autonomia della Scala, nel 2012, alla percentuale del 62,5 di risorse proprie sull'intero bilancio. Un passo ancora e ci avviciniamo pericolosamente alla privatizzazione. Tutti siamo chiamati a fare la nostra parte di sacrifici, a controllare le spese, a rendere conto del nostro operato, e la Scala non si sottrae al dovere di far lavorare la fantasia per accordare le tonalità lontane della qualità artistica e del rigore economico, entrambi assolutamente necessari. Ma se davvero è in corso un ripensamento nei confronti di quel cemento sociale che si chiama cultura, dobbiamo augurarci un cambiamento altrettanto culturale. Che cerco di spiegare con un esempio. Il collezionista di alto profilo, ieri come oggi, non è chi compra quadri qualsiasi, a occhi chiusi, pensando solo al plusvalore del giorno dopo. I collezionisti che hanno fatto la storia e la cultura dell'arte sono quelli che hanno acquistato con passione e competenza, spendendo a volte poco a volte molto, rischiando di sbagliare, ma sempre con fiducia e convinzione. Il Manifesto della cultura alimenta una speranza: che lo Stato prenda a modello lo slancio creativo dei secondi, non il calcolo triste dei primi.