Siracusa. "Amico, sarà il tuo ultimo cefalo al petrolio". Il pescatore è un uomo di mezza età, lo vedo spesso, usa la lenza e la pasta di pane, seduto sulla banchina dell'ex porto, sul Molo Sant'Antonio, ogni pomeriggio, alle tre. Il vecchio non mi dà retta. Fa bene. Ci penseranno le gru e le motrici a ricordargli che il suo centimetro cubo di spazio occupato sarà roba da ricchi ben presto. La rada dell'ex porto di Siracusa è la più grande, la più importante del Mediterraneo. L'archeologo Giuseppe Voza, in quarant'anni di servizio in Sovrintendenza, ne ha custodito il merito a suon di vincoli. Era necessario. Già nei primi anni '80, un progetto approvato in Regione decideva su una lunga costola di cemento (1 chilometro e 800 metri) che avrebbe dovuto integrare la passeggiata del porto. Voza ebbe la meglio, e il vincolo paesaggistico fu poi approvato dal consiglio regionale dei Beni Culturali. Quella rada non poteva essere snaturata, alterata dei connotati esemplari, rappresentando una continuità tra le aree protette, in zona costiera; considerato che dentro la rada si incontrano due fiumi, l'Anapo e il Ciane, e che la rada è lo scalo marittimo della riserva di Pantalica, un ponte insostituibile tra il territorio di età protostorica, l'era delle colonie e della nascita della polis greca. Quarant'anni di tutela non sono bastati. Oggi ce l'hanno tolta, ci sono riusciti. Il porto non esiste, finito il tempo dei panfili, del circuito di charter da Cape d'Antibes, dei Rod Stewart e degli Abramovic, dei diportisti eccellenti nei loro bisonti del mare. Finito. Oh certo, in un futuro prossimo guadagneremo un nuovo porto turistico. I preamboli sono già noti. Intanto: questo mare non è più mio, non è più nostro, perché lo interrano. E lo interrano per costruirci sopra un albergo extra lusso. Che chiuderà la città, la seppellirà, complici i resort attigui o dirimpettai le acque del porto, riducendola ad un misero bigio quartiere dormitorio. Ci sarà lo spartiacque che è Ortigia il centro storico da una parte gli indigeni, dall'altra i "dominaturi", come cantava Carlo Muratori, quando le ruspe avevano rastrellato il mare della città a nord, il lungomare di Marina di Melilli, in luogo del progresso, dei pesci al mercurio, delle torrette fumanti e del triangolo dei malformati (Augusta, Priolo, Melilli). Le levate di scudi degli ambientalisti, le petizioni non sono servite, oggi meno che mai. La soluzione dell'interramento è invasiva, dispendiosa, l'impatto ambientale sarà catastrofico: e allora? Cerco la mia terra, il mio paesaggio. Questa è la mia terra, penso. È un'immensa periferia. È la mia città, dico. Voglio vedere il mare, la campagna, ne ho diritto. Oltre la rada, intercetto i tetti disarmonici sul litorale a sud. L'asimmetria indica altra speculazione, progetti approvati per cemento, ancora. Raggiunto il litorale, attraverso l'unica arteria-budello, mi accorgo che è esso stesso un manifesto di anarchia. La foce dei fiumi, la costa, i sentieri serpeggianti di speciale e rarissima bellezza, sono impediti da un assedio edilizio irriguardoso e feroce. Costruiranno sulle mura dionigiane, 50 ville, graziose, amene. Le mura dionigiane: su cui l'Unesco, come si dice dalle mie parti, ci ha lasciato gli occhi. Costruiranno sopra le balze di Akradina, e quindi: 800 villette a ridosso del castello Eurialo, tanto conferma il piano di lottizzazione. Sono ruderi, ruderi millenari, su cui qualcuno intende sputare. Perché, dai, sono ruderi. Conto sulle dita quel che mi è stato sottratto, parlo per me: il sole. Il sole di Marina di Melilli, dove c'è il Petrolchimico, lì il sole è grigio. A Marina ci sono ancora le casine gialle, con le porte aperte, dentro è possibile scorgere testimoni di una consuetudine interrotta: cornicette alle pareti, lampade sbilenche che pendono dal soffitto. E lì il sole è grigio. Oggi forse lacrimeranno meno i suoi fercoli. Chi vuole ricordare in fondo? Se non fosse per quelle strofe di lamento popolare "Ci arrubbari lu suli, arristammu a lu scuru" di Rosa Balistreri, sentirei appena il peso di un lutto, di una resa collettiva. La nostra resa, cioè abbiamo detto sì e non abbiamo alzato barricate, gagliardetti. No, non lo abbiamo fatto. Abbiamo perso le nostre ragioni. Le correnti di Thapsos, i gorghi di una costa (Marina di Melilli) sopravvissuta all'ignominia, oggi si dispongono, dispettosamente libere, ai piedi di silos e mostri meccanici al cui cospetto fu issata in sacrificio la mastruca di un pecoraio, e fu abbastanza. Siracusa fuma delle sue torrette, anche; ma dicono che la sua investitura oggi la irrora dei ferali di una nuova età. E si chiama sempre progresso, mi hanno detto. Cosa cambia nella sostanza? Sono i lemmi del progresso: può essere; un gergo aggiornato che parla di architettura industriale, mentre su tutto il resto cala l'ombra di un erebo. Ci hanno rubato il mare. E la terra sotto i piedi, mi hanno rubato. Sono tornati i Pirati di Buttitta. Non se ne sono mai andati. [Mio commento: quella dell'"eroico" Voza che ha salvato il porto è proprio bella, ma così va il mondo...]