Un paio di anni fa, quando nel museo Cesare Lombroso di Torino, appena restaurato, furono esposti i resti mummificati di alcuni «briganti» borbonici, scrissi un pezzullo per approvare la richiesta, avanzata da alcuni amici del Sud preunitario, di chiudere quell'istituzione, o quanto meno di togliervi quelle orride bacheche. Ma adesso ci ho ripensato. Quella schifezza deve restare così com'è. A farmi cambiare idea è stata una letterina che Antonio Grano, l'appassionato studioso calabro-molisano del lato infame del nostro Risorgimento, ha recentemente inviato al bollettino del movimento neoborbonico. Invece Grano, in affettuosa polemica con quei gruppi che sono recentemente tornati a chiedere la chiusura di quel museo, pensa che esso «deve vivere per l'eternità affinché per l'eternità il martirio del Sud non rischi di cadere nell'oblio come è già avvenuto per le mille e mille testimonianze che avrebbero potuto inchiodare i criminali franco-piemontesi alle loro responsabilità». E invita quegli amici a rivendicare, piuttosto, il diritto di gestire quell'ente «affinché non si corra il rischio che prima o poi siano loro, i piemontesi, a chiuderlo o, peggio, a distruggere quelle preziosissime testimonianze dei loro misfatti». È con questi simpatici argomenti che Grano è riuscito a farmi cambiare idea su questa vicenda. Rimane perciò immutato il disgusto che mi procura il candido e ottuso fervore con cui quel drago di Cesare Lombroso, il papà della nostra antropologia criminale, praticò l'imbalsamazione di quelle povere teste allo scopo di esporle, per l'appunto, come eloquenti prove fisiognomiche dell'atavica, naturale scelleratezza delle popolazioni meridionali, nonché della loro evidente inferiorità razziale. Continua inoltre a sembrarmi evidente che in questa orrida vicenda spicca uno degli ingredienti più ripugnanti di quella policroma zuppa ideologica che fu il sogno risorgimentale: quell'erbetta razzistella che proprio mentre quel sogno nasceva, si diffondeva e trionfava trovò appunto in Italia, anzi proprio nella più moderna e patriottica delle sue regioni e delle sue città, il coltissimo Piemonte e la civilissima Torino, quella che forse fu una delle sue più eccelse e fortunate espressioni scientifiche, o meglio similscientifiche: appunto la famosa criminologia lombrosiana, apprezzatissima, com'è noto, dalla meglio cultura laica (positivistica, socialistica e storicistica) della Nuova Italia di quegli anni. Ne deduco, quindi, non soltanto che il nostro Risorgimento fu anche abbastanza razzista, ma altresì che il suo maggior contributo alla diffusione e al successo di quel pregiudizio razziale che di lì a pochi anni sarebbe diventato il nòcciolo dottrinario del patè nazifascista era stato offerto da una pseudoscienza lanciata da un criminologo settentrionale che fra l'altro aveva teorizzato apertamente l'inferiorità della «razza meridionale»: e questo sulla base, com'è noto, di studi legati alla misurazione di centinaia di crani prelevati al seguito delle truppe piemontesi che invasero il Regno delle Due Sicilie, massacrando migliaia di meridionali che essendosi ribellatisi a quell'occupazione, furono di conseguenza cancellati dalla storia come «briganti». In questa circostanza mi sembra infine opportuno ricordare che Antonio Grano ha dedicato al nostro Risorgimento una scintillante trilogia. Dopo i primi due volumi «La chiamarono unità d'Italia» e "Io, brigante calabrese», pubblicati rispettivamente nel 2009 e nel 2010 è appena uscito anche il terzo «Pietà per i vinti!» dedicato ai principali eventi del decennio più tragico della storia d'Italia, la conquista del Sud a opera dei Savoia (1860-1870), e in particolare alla guerra civile combattuta in Molise, a Isernia e dintorni, tra i130 settembre e il 20 ottobre 186o, tra le truppe savoiarde di occupazione e quelle filo borboniche.