Nelle carte: Cecchi «ha omesso un'istruttoria completa», Acidini «ha omesso di motivare l'economicità dell'acquisto» I magistrati: attribuzione non sicura, mancata indagine storica, prezzo eccessivo Le due inchieste. L'indagine che ipotizzava la corruzione è stata archiviata perché «non ci sono elementi di reato». Il 20 maggio l'udienza alla Corte dei conti di Roma Due inchieste contestano l'attribuzione a Michelangelo del Crocefisso ligneo acquistato dallo Stato nel 2008. Gli atti dei due procedimenti quello penale, poi archiviato, e quello amministrativo lasciano pochi dubbi ai magistrati che si sono occupati del caso. La storia è nota. La Corte dei conti ha citato in giudizio per danno erariale i vertici del Ministero dei Beni culturali allora responsabili dell'acquisto dell'opera (in legno di tiglio, alta 41,3 centimetri) che sarebbe stata realizzata da Michelangelo intorno al 1495: l'ex direttore generale del ministero, oggi sottosegretario «tecnico» nel gabinetto del governo Monti, Roberto Cecchi, la soprintendente del Polo museale fiorentino Cristina Acidini e quattro funzionari del dicastero. Secondo la Corte, l'opera pagata oltre tre milioni di euro e destinata al Bargello di Firenze, ma riposta in un magazzino dopo le esposizioni al Museo Home, a Montecitorio e all'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede ne vale «al massimo 700 mila». I magistrati sostengono che quell'opera non è di Michelangelo. Lo si capisce dal decreto di archiviazione firmato dal gip Riccardo Amoroso il 21 giugno 2011, quando scrive che «l'acquisto dell'opera ad un prezzo così elevato non appare frutto di una decisione oculata, atteso che la sostenuta attribuzione dell'opera a Michelangelo da parte di alcuni studiosi di settore era e rimane incerta in assenza di fonti documentali che possano confermare tale pur sempre ipotetica attribuzione». L'indagine nella quale si ipotizza il reato di corruzione per la compravendita viene dunque archiviata perché come scrive il sostituto procuratore Francesco Ciardi nella sua richiesta di archiviazione «non sono ravvisabili elementi costitutivi di reato» ma è chiaro «la non sicura attribuibilità dell'opera a Michelangelo». Anche nell'atto di citazione, redatto dal viceprocuratore generale Marco Smiroldo, si prende in esame questo aspetto: «L'esame agli atti del procedimento non consente di conoscere le ragioni che hanno condotto alla quantificazione del prezzo d'acquisto del crocefisso. Non è dato comprendere se la finalità dell'acquisto fossero quelle perla quali l'Ordinamento consente l'acquisto di opere d'arte privata a trattativa privata da parte dello Stato; perché non si sia indagata in modo completo la storia dell'opera e la sua provenienza; sconosciuti rimangono i criteri utilizzati per determinare il prezzo pagato». Ecco perché, dopo le indagini dei carabinieri del Nucleo di tutela del patrimonio culturale, l'architetto Cecchi «ha omesso di compiere un'istruttoria completa, omettendo le indagini sulla storia e la provenienza del bene e omettendo di acquisire un più ampio riscontro critico sull'attribuibilità dell'opera» e la soprintendente Acidini, invece, «ha omesso di motivare in punto di economicità dell'acquisto, abdicando così alla propria posizione di garanzia circa la correttezza dell'acquisto e il corretto impiego delle risorse del bilancio ministeriale»: a loro la magistratura contabile ha chiesto di rimborsare seicentomila euro a persona. Il 20 di maggio è stata fissata l'udienza alla sezione giurisdizionale della Corte dei conti, a Roma.
Quell' incerto Michelangelo
Due inchieste contestano l'attribuzione a Michelangelo del Crocefisso ligneo acquistato dallo Stato nel 2008. La Corte dei conti ha citato in giudizio i vertici del Ministero dei Beni culturali per danno erariale. Secondo la Corte, l'opera pagata oltre tre milioni di euro e destinata al Bargello di Firenze, ma riposta in un magazzino dopo le esposizioni. I magistrati sostengono che l'opera non è di Michelangelo. La sostenuta attribuzione dell'opera a Michelangelo da parte di alcuni studiosi di settore è incerta in assenza di fonti documentali. L'indagine sulla corruzione è stata archiviata perché non sono ravvisabili elementi costitutivi di reato.
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