Chissà cosa muove Francesco Merlo a parlare senza conoscenza e senza competenza. Preso dal raptus di colpire il ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi, inanella su Repubblica di ieri stupidaggini e luoghi comuni con il consueto livore. Naturalmente il suo cavallo di battaglia è Pompei che, probabilmente, Merlo non ha mai visitato. L'imperativo morale che lo assilla è: «Salvare Pompei», l'unico sito monumentale che si sottrae alla responsabilità dei competenti e nel quale qualunque caduta di intonaco o crepa di muro non dipende da soprintendenti, tecnici, archeologi, nella loro riconosciuta autonomia, ma direttamente dal ministro. Bizzarra situazione: se un tribunale assolve Amanda Knox, o se, dopo anni si riscontra che ha condannato un innocente, qualcuno pensa che il responsabile sia il ministro della Giustizia? E se un medico sbaglia una operazione, ne attribuisce la colpa al ministro della Sanità? E se un poliziotto ruba si condanna il ministro dell'Interno? Ma Merlo ha deciso di prendere di mira Ornaghi e manifesta la sua delusione per l'occasione mancata di essere «finalmente libero dalla politica politicante, come fu soltanto il rimpianto Alberto Ronchey». Una conclusione frettolosa giacché anche altri ministri dei Beni culturali non furono espressione della politica politicante, ma uomini di cultura non meno di Ronchey. Certamente Antonio Paolucci, certamente Domenico Fisichella. Colpendo a testa bassa, Merlo attribuisce a Ornaghi anche la responsabilità dell'orrendo Palazzo del cinema di Venezia (amianto compreso), che fortunatamente non si farà mai, ma che fu fortemente voluto, nella sua rivendicata autonomia, dal presidente della Biennale, Paolo Baratta. Per nominare il quale, nella fantasiosa ricostruzione di Merlo, Ornaghi, prima ancora di sapere che avrebbe fatto il ministro, ha provveduto a far dimettere Giulio Malgara. E nello stesso spirito dispettoso che Merlo, dietrologo, immagina che Ornaghi abbia nominato come «guastatore», nel consiglio della Biennale, Emmanuele Emanuele, del quale tace i meriti (dal ricco bilancio in attivo della Fondazione Roma alla organizzazione di straordinarie iniziative culturali), definendolo «vecchio notabile del parastato e del Circolo della caccia», e ancora «gran protettore di Sgarbi, premio letterario Mondello» oltreché «pittoresco e manovriero». Niente di buono, insomma. Ma insensatezze pettegole che falsificano la realtà. Sarebbe troppo semplice parlare di mostre bellissime come quelle ospitate da Palaexpo, Scuderie del Quirinale e Museo del Corso: da Edward Hopper a Georgia O'Keeffe da Roma e l'Antico a Lorenzo Lotto fino a Tintoretto, che io ho curato e che certamente Merlo non ha visto. Ione sono curatore non perché protetto ma perché all'epoca soprintendente a Venezia. Solo i maligni cambiano le funzioni con le protezione, come chi dicesse che Merlo fu inviato a Parigi non per le sue competenze ma perché «protetto» da Paolo Mieli. Dispiace che una buona intelligenza come Merlo esprima concetti e valutazioni imprecise diffondendo malignità e auspicando «piani di riscossa per Pompei» che dovrebbero essere, a fronte di finanziamenti mai lesinati dai ministri, compito di soprintendenti benignamente assolti da Merlo. Al quale interessa colpire Ornaghi, a priori, perché colpevole di essere allievo di don Giussani e Gianfranco Miglio e di essere, a suo dire, «molto attivo nella militanza ciellina». Naturalmente ce n'è anche, e sempre, per l'ex ministro Bondi, termine di paragone negativo rispetto al quale Ornaghi ha «molta più cultura che però, in questo caso, diventa un'aggravante». Il processo è fatto. La condanna è sicura. Ornaghi è colpevole. Di che cosa? Del malumore e dell'ignoranza di Merlo.