Burocrazia e lentezze. Una macchina troppo complessa impedisce interventi rapidi a tutela del patrimonio italiano I FONDI NEL CASSETTO Al MiBac fermi 503 milioni: la giacenza dovrà scendere a 300. Gli investimenti del 2011 ammontano a 229,1 milioni, gli incassi sono a quota 153 Supera il miliardo il valore assegnato per la tutela dei beni artistici e delle attività culturali nel bilancio di previsione 2012 su un totale di 1,6 miliardi di euro. È la voce della conservazione e del restauro, i soldi per recuperare il nostro patrimonio archeologico e artistico, a occupare i pensieri e le attività del Ministro per i Beni e le Attività culturali, visto che solo il 10 di quel miliardo assegnato è destinato, invece, a programmi specifici di valorizzazione. Ma è la tutela che non riesce ancora a sfruttare tutte le risorse economiche a disposizione, visto che a fine gennaio le risorse ancora in portafoglio ammontavano a 503 milioni di euro, in pratica il 96,3 delle entrate non sono state assegnate alle direzioni regionali, soprintendenze, poli archeologici e artistici, archivi e biblioteche. Un bel passo in avanti rispetto al saldo di cassa del 1999 di 692 milioni, ma non ancora abbastanza per travasare sul territorio - attraverso i funzionari delegati - e alle imprese, all'occupazione e alla valorizzazione del patrimonio culturale i fondi previsti. Certo le disponibilità non spese anno dopo anno si sono assottigliate registrando una migliore capacità di spesa dei soldi pubblici. Ma non abbastanza, tant'è che il ministro Lorenzo Ornaghi intende ridurre le giacenze a 300 milioni di euro e ha disposto «un piano di azione volto ad accelerare le procedure di spesa» per spenderne 200. Di certo, circa il 60 delle giacenze si trova nelle Soprintendenze architettoniche e paesaggistiche. Le regioni che a fine gennaio avevano più soldi nel cassetto sono quelle con il patrimonio più ampio: Lazio con 106,5 milioni da spendere, Toscana con 51,9 e Campania con 40,4 milioni seguite da Emilia Romagna (35) e Piemonte (34). I soldi ancora da impiegare si riferiscono essenzialmente a lavori di restauro, mentre le spese per il funzionamento e quelle per l'acquisto di beni e servizi si effettuano, nella stragrande maggioranza dei casi, entro l'anno finanziario e quindi nella contabilità corrente. «I fattori che determinano le giacenze - spiegano dal MiBac - sono essenzialmente la complessità e lunghezza dei tempi nelle procedure di affidamento, la specificità degli interventi sul patrimonio culturale che si prolungavano ben oltre l'esercizio finanziario». Comunque è fisiologico disporre di una cassa pari almeno a quella necessaria alla gestione degli investimenti (229,1 milioni), fanno eco dal ministero. Per un restauro c'è bisogno di liquidità corrente, mentre le spese per i 19.598 dipendenti - 782 milioni, di cui 8mila per la vigilanza - rientrano nella contabilità ordinaria. Come ridurre la cassa da 503 a 300 milioni? Verranno rafforzate la qualità progettuale degli istituti e costituito un parco progetti, dichiarano dal MiBac, verrà migliorata la qualità amministrativa delle stazioni appaltanti, supportate da un centro di servizi amministrativo-giuridico e, infine, verrà presidiato il monitoraggio sull'andamento dei cantieri in tutte le strutture territoriali. Belle parole? No, perché per evitare i tagli orizzontali della Legge di stabilità, il MiBac è già intervento sui residui non impegnati delle programmazioni fino al 2006 per cercare 60,4 milioni da versare entro il prossimo luglio. Il risanamento dei conti pubblici italiani passa anche dalla cultura. Così gli investimenti programmati e assegnati nel corso del 2011 sono stati 229,1 milioni in tutto, di cui 29,4 al Lazio, 21,6 alla Toscana e 15,5 alla Campania. Ma anche la cultura guadagna: le entrate nei musei e poli culturali nel 2011 sono state pari a 153 milioni di euro, di cui 43,5 dai servizi aggiunti e 109,5 lordi dai biglietti d'ingresso. Le regioni che incassano di più sono il Lazio (65,6 milioni), la Toscana (44) e la Campania (3o,6 milioni), dove le soprintendenze speciali archeologiche e i poli museali fanno la parte del leone, visto che riscuotono tra biglietti e servizi aggiuntivi 1'89 delle entrate che restano sul territorio, grazie alla loro autonomia finanziaria. Sì, perché un collo di bottiglia nell'attività economica del MiBac è il giro che fanno le entrate dei musei: transitano dal ministero dell'Economia, che poi su richiesta del MiBac ridistribuisce le risorse nell'arco di almeno 3-4 mesi. I soldi dal cassetto cominciano ad affluire al territorio e al patrimonio culturale verso la metà dell'anno, mentre gli incassi da biglietti e da servizi aggiuntivi vengono versati subito al Mef. Una semplificazione della gestione - assegnando autonomia finanziaria e responsabilità diretta a sovrintendenti, direttori dei musei, degli archivi e delle biblioteche non sarebbe forse opportuna per rendere più efficiente il sistema? Si potrebbero forse ipotizzare progetti di autonomia contabile là dove c'è rete culturale e sistema museale. IL MANIFESTO Niente cultura, niente sviluppo Sul Sole 24 Ore Domenica del 19 febbraio è stato presentato il Manifesto «Per una costituente della cultura». La mappa LE RISORSE DA UTILIZZARE I cinque punti Il Manifesto si articola in cinque punti: una costituente perla cultura; strategie di lungo periodo; cooperazione tra i ministeri; l'arte a scuola e la cultura scientifica; valorizzazione del merito, collaborazione pubblico-privato, sgravi ed equità fiscale. Le adesioni Migliaia le adesioni, fra le quali anche quelle di artisti, docenti universitari, scrittori illustri: Andrea Carandini, Maurizio Pollini, Daniel Barenboim, Sergio Escobar, Claudio Abbado, Stephane Lissner, Italo Moscati, Salvatore Settis, Remo Bodei, Carlo Fuortes, Giorgio Parisi, Franco Cardini, Bob Wilson, Lluis Pasqual, Antonio Damasio, John Banville, Dacia Maraini, Vincenzo Cerami, Lorenzo Bini Smaghi, Luigi Zoja, Ernesto Ferrero, Toni Servillo.