«L'unica tristezza, per me, è non avere neanche una goccia di sangue italiano». Le parole pronunciate da David W. Packard durante la cerimonia del due novembre del 2009 in cui gli fu conferita la cittadinanza onoraria di Ercolano hanno una duplice chiave di lettura. Da una parte ci fanno capire quale possa essere il movente morale di un autentico mecenate, dall'altra insinuano il dubbio che questa mancanza di sangue italiano non sia tra le ultime spiegazioni della straordinaria azione di mister Packard. Già, perché in Italia non conosco davvero niente di paragonabile all'Herculaneum Conservation Project, al quale David Packard ha devoluto dodici milioni di euro in undici anni e grazie al quale Ercolano è oggi non solo una sorta di felicissima anti-Pompei, ma addirittura un modello per tutta l'Italia. Sul sito del progetto si legge che «l'Herculaneum Conservation Project è stato fondato da David W. Packard, Presidente del Packard Humanities Institute, fondazione filantropica, con lo scopo di sostenere lo Stato Italiano, attraverso la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei, nella sua azione di salvaguardia di questo fragile sito archeologico, dal valore inestimabile». Il fine non è dunque quello di 'sostituire' lo Stato, ma quello di aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi costituzionali. E la garanzia di tutto questo è che il signor Packard non ha affidato il progetto ad un manager, ma ad uno studioso, Andrew Wallace-Hadrill, allora direttore della prestigiosissima British School di Roma. Ma cosa ci guadagna, mister Packard in tutto questo? Una fama eccellente e una solidissima legittimazione culturale: insomma, niente di materiale. E il punto è proprio questo. Anche sull'onda del nebuloso 'manifesto' sulla cosiddetta costituente della cultura appena lanciato dal giornale di Confindustria, oggi si parla molto di 'nuovo mecenatismo': ma il mecenate è appunto un donatore che non chiede nulla in cambio del proprio dono, se non la gloria e la riconoscenza della comunità. E, in Italia, di questi mecenati vedo solo il non-italiano signor Packard. Ci sono piuttosto degli sponsor, che calcolano con grande attenzione il ricavo economico dei loro investimenti sul patrimonio: e per ottenere un ricavo adeguato in tempi commercialmente utili, il bene (che sia Pompei, il Fondaco dei Tedeschi a Venezia o il Salone dei Cinquecento a Firenze) rischia di essere compromesso, moralmente o perfino materialmente. L'idea diffusa è che questi sponsor possano sostituire lo Stato, rimanendo però fedeli al dettato costituzionale, il quale prevede che il patrimonio storico e artistico serva non all'aumento dello sviluppo economico, ma a quello della cultura. Ma si tratta di un'idea come minimo assai ingenua. Come ha notato proprio il responsabile del progetto di Ercolano, Andrew Wallace Hadrill: «Trovare uno sponsor non è la soluzione perché è importante anche che sia quello giusto. Gli effetti di alcune sponsorizzazioni sono chiari e, chi interviene sui beni culturali per fare pubblicità ad un marchio può avere effetti devastanti. Anche perché non sempre quello che vuole fare lo sponsor è la cosa più giusta per il sito. Nel caso specifico Packard è stato uno sponsor eccezionale perché non ha chiesto nulla in cambio». Invece che celebrare le magnifiche sorti e progressive della cultura come volano dello sviluppo (che tradotto in 'sangue italiano' vuol dire: far arricchire alcuni investitori privati su un bene comune), sarebbe forse il caso di ricordare che lo Stato potrebbe mantenere egregiamente il patrimonio storico e artistico della nazione destinando ad esso anche solo il 5 dell'attuale evasione fiscale. La terza possibilità è quella di sedersi ad aspettare altri mecenati veri, come mister Packard. E magari, nell'attesa, riseppelire Pompei.