Sul "caso crocifissino" una novità: decideranno i giudici. Storia di un'assurdità tutta italiana. La Corte dei Conti chiede il rinvio a giudizio di alcuni dirigenti del ministero dei Beni culturali e di altri quattro membri del comitato scientifico che avevano dato parere favorevole all'acquisizione. Ilpm ha nominato come perito Inglese Donald Harthley Johnston, che però non si sbilancia ad attribuire il crocifissino alla mano di qualcuno. Si limita a fare ipotesi e a metterci accanto i prezzi La storia del crocifissino di Michelangelo (o della sua cerchia, o di altri autori) si fa sempre più intricata: una faccenda tutta italiana in cui si sta scatenando la peggiore tifoseria. Ma quali sono davvero i fatti, senza omissioni e faziosità? L'ultimo è la richiesta di rinvio a giudizio da parte della Corte dei Conti per Roberto Cecchi, all'epoca dell'acquisto direttore generale del ministero dei Beni culturali, per Cristina Acidini, soprintendente al polo museale di Firenze, e, seppur con responsabilità diverse, per i quattro membri del comitato scientifico che hanno dato parere favorevole (non vincolante) all'acquisizione della piccola scultura lignea: Carlo Bertelli, Caterina Bon di Valsassina, Marisa Dalai Emiliani, Orietta Rossi. Nel novembre 2008 la scultura lignea venne venduta dall'antiquario Gallino allo Stato per 3milioni e 250mila euro. Sino ad allora, una folta schiera di storici dell'arte, alcuni dei quali importanti esperti di scultura quattrocentesca, si erano espressi a favore dell'attribuzione al giovane Buonarroti. Si tratta di nomi eccellenti: da Giancarlo Gentilini ad Antonio Paolucci, da Luciano Bellosi a Massimo Ferretti, a numerosi altri. Per la precisione, sino al febbraio del 2008, solo Magrit Lisner, studiosa tedesca, si pronunciò per una mano diversa, ma scrisse comunque che l'opera era di grande qualità: probabilmente di Sansovino. Più avanti anche Paola Barocchi e Francesco Caglioti non condivisero l'attribuzione michelangiolesca, mentre Mina Gregori sconsigliò alla Cassa di Risparmio di Firenze l'acquisto del crocifissino al prezzo di 10 milioni di euro. E la invitò alla prudenza anche se la richiesta dell'antiquario Gallino fosse arrivata a 5 milioni. Il ministero però se lo aggiudicò a poco più di 3 milioni. Tra le cose certe c'è anche il ruolo giocato nell'apertura dell'indagine della Corte dei Conti da un brillante pamphlet, scritto da un giovane ricercatore della Normale di Pisa, Tomaso Montanari che sosteneva che la scultura non era del Buonarroti. Un libro interessante il suo che partiva dal crocifissino per criticare l'eccesso di spettacolarizzazione del bene culturale. Da allora costui da polemista raffinato si è trasformato in aggressivo accusatore e, dalle pagine de il Fatto, ha sostenuto l'attacco con una foga e una sicumera di stampo giacobino. È arrivato a chiedere la radiazione dei suoi colleghi dall'albo degli storici dell'arte, che lui stesso sa non esistere. Il Robespierre de noantre, non si ferma più davanti a niente, ma anche lui ha qualcosa da farsi perdonare. Anche lui come "attribuzionista" è stato criticato: ben tre sue schede su opere seicentesche, realizzate per un catalogo Finarte dell'aprile 2010, non hanno affatto convinto i migliori studiosi di quel secolo. Gli autori non sarebbero quelli indicati da Montanari. E poi c'è la storia di una presunta scultura di Bernini che fa parecchio discutere. Particolari che sono passati sin qui sotto silenzio, ma che dimostrano, una volta di più, come l'attribuzione di un'opera d'arte non sia una scienza esatta: spesso non si fonda su una documentazione scritta né sulla firma dell'artista, ma sull'occhio dei grandi conoscitori. Capita a tutti dunque di essere discussi e anche contraddetti. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Proprio per questo - incalzano i più agguerriti fustigatori - sarebbe stato meglio che il comitato tecnico scientifico avesse chiesto l'opinione di un super esperto. Perché non l'ha fatto? Probabilmente perché parecchi super esperti avevano già parlato. Ce n'è forse uno più super dell'altro? E poi perché il comitato tecnico scientifico è, per definizione, lui stesso un gruppo ristretto e selezionatissimo di grandi conoscitori. Sino che la discussione è rimasta nell'ambito della contesa fra studiosi, nulla questio. Non sarà questa né la prima né l'ultima polemica per stabilire chi ha fatto cosa. Come dimenticare la zuffa sulle teste di Modi terminata nel ridicolo? E quella sulla "tegola d'Orvieto" di Luca Signorelli? E l'attacco contro i restauri della Cappella Sistina? Insomma, succede. In questa faccenda del crocifissino, però - come ormai accade sempre più spesso - è scesa in campo anche la magistratura, che "rivendica" un danno erariale di 2milioni e 400mila euro a carico di Roberto Cecchi e Cristina Acidini. Nonché, anche se con responsabilità minori, di Carlo Bertelli, Marisa Dalai, Caterinna Bon di Valsassina e Orietta Rossi. Finirà che saranno i giudici contabili a decidere se la scultura lignea è di Michelangelo o no? Di male in peggio. E siccome nessuno è perfetto, anche l'indagine fatta dalla Corte dei Conti solleva qualche interrogativo. Il pm Marco Smiroldo ha nominato come perito un inglese, Donald Harthley Johnston, direttore generale del dipartimento scultura europea di Christie's. L'esperto super partes, scovato a Londra, si occupa dunque di mercato dell'arte ad altissimo livello, ma di pubblicazione scientifiche ne ha pochissime. Ha scritto tre articoletti di una cartella e mezzo l'uno, e una recensione. Ben scarna produzione che fa un certo effetto se paragonata a quella dei rinviati a giudizio: tutti infatti sono autori di una mole notevole di saggi e hanno ricoperto eo ricoprono incarichi di enorme responsabilità. Insomma, a dire l'ultima parola dovrebbe essere un perito che sul piano scientifico ne sa parecchio meno di loro. Né ha studiato in modo particolare Michelangelo. Il bicchiere resta dunque sempre e solo mezzo pieno. Per fortuna di queste carenze il signor Johnston è ben conscio e non si sogna nemmeno di attribuire il crocifissino alla mano di qualcuno. Si limita a fare delle ipotesi e a metterci accanto i prezzi. Se fosse del Buonarrotti, con tanto di documentazione certa (cosa che non accade mai per la produzione giovanile degli artisti), varrebbe dai 4 milioni ai 10 milioni di euro (a seconda che venga messo sul mercato italiano o su quello estero). Molto di più, dunque di quanto è stato pagato. Se invece fosse della sua scuola, allora costerebbe molto meno: intorno agli 85mila euro. Il pubblico ministero, pur dichiarando di non volerlo fare, si trova alla fine nella scomoda condizione di stabilire lui se l'opera è di Michelangelo. E decide che non ci sono prove e pareri sufficienti per affermarlo. Quindi, fissa come base d'asta la cifra più bassa. Calcola che potrebbe decuplicare e arriva così a 850mila euro. Sottrae questa somma a 3 milioni e 250mila e stabilisce il danno erariale, che i rinviati a giudizio dovrebbero restituire allo Stato, in 2 milioni e 400mila euro. Peccato che né il dottor Smiroldo né il nostro esperto prendano in considerazione la categoria dove andrebbe, con ogni probabilità, inserito il crocifissino: quella delle opere attribuite pur in mancanza di una documentazione incontrovertibile. Singolare che a mister Johnston non sia venuto in mente di considerare questa possibilità: nel mercato dell'arte gli attributed abbondano così come nei musei. I prezzi, appena compare quel participio passato, si inerpicano. Qualche esempio? Nel luglio del 2011 all'asta di Christie's a Londra è stato battuto l'ultimo dei disegni preparatori di Michelangelo della Battaglia di Cascina, acquistato per poco più di 3 milioni di sterline (circa 4 milioni di euro). Non esiste uno straccio di documentazione che certifichi la mano del Buonarroti, ma il confronto con le copie antiche del perduto cartone, eseguito dal maestro fiorentino per l'affresco per la sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, e con gli altri fogli della stessa serie ha convinto l'occhio degli esperti che l'autore è proprio lui. C'è poi il caso di un bronzetto raffigurante Nesso che rapisce Deianira - venduto da Christie's al prezzo di 2 milioni e 360mila sterline (circa 3,5 milioni di euro) con la dizione di attributed to Antonio Susini. Come si vede i prezzi sono altissimi anche nel caso in cui l'artista non sia il sommo Michelangelo. In realtà, il mercato dell'arte è estremamente mutevole, i valori e le assegnazioni agli autori possono cambiare nell'arco del tempo. Di recente, in proposito, è accaduta un mutamento clamoroso. Il professor Everett Fahy, ex direttore del dipartimento Capolavori del Metropolitan Museum di NewYork, ha affermato in un suo studio che il quadro La Testimonianza di San Giovanni Battista, considerato da sempre un'opera di Francesco Granacci, sarebbe stato dipinto in realtà dal Buonarroti. L'opera, acquistata per 60mila sterline in un'asta da Sotheby's, varrebbe ora 150 milioni di sterline. Come si fa a racchiudere tante affascinanti ricerche di occhi sofisticatissimi dentro i paradigmi necessariamente più rigidi delle aule di giustizia? La storia degli scontri sulle attribuzioni è ricca di durissime diatribe nelle quali scendono in campo personalità diverse, con specializzazioni particolari e anche con interessi in conflitto fra loro. Nel caso specifico, poi, la vicenda va collocata in un clima di forte litigiosità all'interno del ministero dei Beni culturali, che del resto trova purtroppo riscontro nella società e nella politica italiana. Su tutto ormai si creano due fazioni contrapposte che ci restituiscono una realtà o bianca o nera, mentre molto spesso a prevalere è il grigio. È stata la continua e reciproca delegittimazione, del resto, il tarlo che ha corroso la Seconda Repubblica. È stata comprata una scultura che sino al momento della transazione la quasi totalità dei critici attribuiva alla mano di Michelangelo. Solo di recente è scoppiato il putiferio. Adesso su questa surriscaldata discussione dovrebbe calarsi una sentenza. Alla mutevolezza del mercato, alla ricchezza del dibattito culturale, dovrebbe corrispondere un pronunciamento definitivo e univoco. È questo lo strumento giusto da applicare ad una simile vicenda? È auspicabile che sia un magistrato a fissare una verità che è ancora materia di confronto? È vero che il mercato dell'arte - come tutte le realtà del mondo - è percorso da comportamenti discutibili, ma la cura non risulterebbe di gran lunga peggiore del male?
Liberal
8 Marzo 2012
A ciascuno la sua croce
GA
Gabriella Mecucci
Liberal
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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